Il debito pubblico estinto ai tempi della Serenissima

L'INTERVENTOdi Emiliano Balistreri * In questi giorni di disquisizioni sull'insolvenza e sull'imminente default tecnico della Grecia è stata da molti ribadita la tesi generale secondo cui l'estinzione di un debito pubblico, sebbene possibile in linea di principio, debba essere ritenuta in realtà una pura ipotesi virtuale, peraltro mai verificatasi. A tal proposito vorrei richiamare all'attenzione dei lettori un precedente storico, ovvero il raro caso esemplare dell'estinzione del debito pubblico della Serenissima Repubblica di Venezia, dato che smentisce il "postulato" del debito quale elemento ineluttabile delle voci della spesa pubblica. Infatti nel 1577, constatato che i pagamenti degli interessi del Monte Vecchio, Nuovo e Novissimo e dei depositi volontari in Zecca comportavano uscite pari al 20% circa del bilancio statale con notevole dissipamento del gettito fiscale, stimato inoltre che la mancanza di rendite fisse e sicure avrebbe indotto i privati detentori di beni mobili a cercare forme alternative di investimento (nell'immobiliare, nell'acquisto di proprietà fondiarie, nell'intrapresa di attività commerciali e di produzione agricola o proto industriale, con contestuale probabile aumento dei consumi), fu predisposto dai governanti di Venezia un piano di ammortamento del debito sovrano: al 1584 risale quindi la liquidazione totale dei depositi in Zecca, al 1587 data l'istituzione di una Banca di Stato con denaro pubblico per supplire al fallimento dei Banchi privati, nel 1602 infine si registra l'estinzione di tutti i Monti con la cancellazione del debito accumulatosi per secoli (furono pagati tutti i creditori con il rimborso del capitale versato, interessi inclusi). Al contrario oggigiorno la predisposizione di piano di risanamento del bilancio dello Stato, anche tramite la riduzione del debito sovrano, è un tema che continua a essere eluso dalla politica di ordinaria amministrazione che impronta da troppi decenni le scelte di molti governi, non ostante dichiarazioni d'intenti sistematicamente posposte per via delle urgenti e contingenti esigenze di cassa; l'esito disastroso del continuo rimandare il risanamento delle finanze, sommato alle varie altre note pessime abitudini nelle gestioni della cosa pubblica, può essere appunto l'insolvenza di uno Stato. * Storico, socio dell'Ateneo veneto