Il martirio di San Donà ricordato con i monumenti funzionali

di Giovanni Cagnassi wSAN DONÀ San Donà è città due volte martire. Distrutta nella Grande Guerra quando, da tranquilla città delle retrovie, si trovò sbalzata in prima linea dopo lo sfondamento di Caporetto. La guerra arrivò a San Donà il 12 novembre del 1917. Sei batterie austriache, forti di 24 pezzi, aprirono il fuoco sganciando circa 1.500 granate. In appena dieci minuti la città praticamente scomparve dalla faccia della terra. Quello che rimaneva delle frazioni verrà spazzato via a partire dal 15 giugno 1918 quando, soprattutto sul territorio di Chiesanuova, inizia la battaglia del Solstizio, ultimo tentativo degli austro-ungarici di sfondare il fronte. Dopo nove giorni di combattimenti durissimi le artiglierie italiane respinsero l'offensiva nemica. È la premessa della liberazione della città, il 31 ottobre 1918. San Donà verrà provata anche nella Seconda Guerra Mondiale da una serie di bombardamenti alleati. Il peggiore il 10 ottobre 1944. Tra le macerie del Teatro Verdi e dell'ospedale, completamente distrutti, e di altri edifici pubblici danneggiati oltre a un centinaio di abitazioni, persero la vita 45 persone. Ne ricordiamo una sola, la più giovane, Rita Merani. Era nata tre giorni prima. Eppure, nonostante lo spaventoso tributo di sangue, San Donà è praticamente priva di monumenti che ricordino i suoi caduti. «A fronte della devastazione pressoché totale dei territori lungo l'asse del Piave, la scelta nel primo dopoguerra fu quella di realizzare monumenti funzionali, quindi architetture», spiega l'assessore alla cultura Chiara Polita, «a differenza di quanto avvenne a esempio nelle regioni meridionali, dove il monumento ai caduti è generalmente una scultura». L'esempio più calzante di questa tendenza è la casa di riposo Monumento ai Caduti, istituita nel 1925 e progettata dal messinese Camillo Puglisi Allegra, principale architetto della ricostruzione sandonatese. «Fu una scelta ben precisa adottata dal ministero per le terre liberate, istituito già nel 1918 per interventi in Veneto e Friuli», aggiunge Chiara Polita, anche studiosa della storia locale, «quindi il Monumento ai Caduti che diventa facciata di un edificio funzionale. E anche lo stesso monumento ad Ancillotto in piazza Indipendenza, realizzato quando la prima ricostruzione si era ormai conclusa, è considerabile un'architettura: un altare, un podio per un oratore». Per questo a San Donà la Grande Guerra ha lasciato una pesante eredità storica e architettonica tutt'altro che celebrativa, quanto piuttosto funzionale. Poche lapidi, tante infrastrutture, ponti, monumenti che diventavano palazzi utili alla comunità. E la più significativa tra le lapidi venne realizzata proprio da un architetto. Si tratta del monumento alle "Battaglie del Piave" che si trova ai lati della ferrovia, immediatamente prima del ponte che conduce alla stazione di San Donà. A realizzarlo, nel 1934, Guido Cirilli, tra i più noti architetti del tempo, che scelse una soluzione semplicissima: delle file di blocchi di marmo bianco, quasi un frammento di muro, e la scritta "Piave, fiume sacro alla patria". Di fronte al ricordo di tanto sangue, la scelta fu la sobrietà. La statale Triestina. Dopo la firma dell'Armistizio di Villa Giusti nel 1918 inizia la vera ricostruzione della città sotto ogni profilo, architettonico, viario, economico. Le scelte urbanistiche e i lavori eseguiti sono ancora oggi caratteristiche del centro storico che nasce dall'uscita del ponte della Vittoria e taglia la città con la statale 14 Triestina. La stessa strada che caratterizza così profondamente il paesaggio del Basso Piave è una creazione della ricostruzione post bellica, per congiungere Venezia alla "redenta" Trieste. I lavori per realizzarla, nel territorio sandonatese, durarono tra la primavera e l'estate del 1923. La strada fu inaugurata l'anno successivo. La facciata del municipio e l'immobile furono realizzati dopo la Grande Guerra sulle macerie dell'edificio precedente, dall'architetto messinese Camillo Puglisi Allegra. All'inaugurazione, il il 3 giugno 1923, intervenne lo stesso Mussolini che, in qualche maniera, inaugurò la Città del Piave. Lungo il tragitto si fermò a Croce di Musile per rendere omaggio alla salma di Tito Acerbo, ardito della Prima Guerra Mondiale. Nel palazzo municipale di San Donà, invece, fece apporre una lapide, poi abrasa dai partigiani e ripristinata tra le polemiche in anni recenti, per ricordare che il nemico, gli austriaci, non sarebbe più tornato. Il Palazzo del Consorzio di Bonifica, progettato da Camillo Puglisi Allegra, delimita invece il lato nord di Piazza Indipendenza, tra sale sontuose e stucchi, realizzato tra il 1927 e il 1929, paraste ioniche di ordine gigante, teste femminili e ornamentali floreali. Il palazzo della Cassa di Risparmio di Venezia risale sempre agli anni Venti su disegno di Camillo Puglisi Allegra per la sede centrale della Banca Mutua Popolare di San Donà. ©RIPRODUZIONE RISERVATA