Comin, il giocatore di calcio folgorato sulla via del Tre Pini

PADOVA È tornato città in questi giorni, per far visita a una figlia ed assistere al test match Italia-Sud Africa, il più vecchio azzurro padovano ancora in vita. È Alberto Comin, per tutti Berto, classe 1933, che in gennaio compirà 82 anni. Geometra in pensione, da 50 anni vive in Sardegna, a Sassari, dove sono nati tre dei suoi quattro figli. A vederlo, ancora pieno di energia e in buona forma fisica e a sentire i suoi racconti lucidi e ricchi di aneddoti, sembra quasi di vederlo ancora in campo, con la Nazionale e con il Petrarca, in coppia con il suo "gemello di rugby" Ciano Luise con cui formava una delle coppia di centri più forti degli anni '50. Luise I se n'è andato poco più di un mese fa, passando il testimone a Berto come decano degli azzurri patavini. Orgogliosissimo del suo cap - è l'azzurro 145 - consegnato a Roma nel 2013 in occasione di Italia-Francia, Comin vanta 8 presenze ufficiali con la nazionale, fra il '55 e il '56 (prima di passare al Rugby a 13, con conseguente squalifica), e altrettante presenze senza cap con la maglia - verde - della Selezione Italiana. Una storia che affonda le radici a Padova, tra Città Giardino, il Portello e l'Antonianum. «Anche se vivo dal 1964 in Sardegna non ho mai perso i contatti con Padova, il Petrarca e i miei vecchi amici. Ora che i vari Bottacin, Silini, Ponchia e Luise non ci sono più sono rimasto io a rappresentare la prima generazione di petrarchini in nazionale», sottolinea Comin. «Io in realtà il primo azzurro padovano è stato Piero Stievano, nel 1954. Solo che all'epoca giocava a Rovigo. Anch'io ero convocato, quella volta, ma non scesi in campo. L'anno dopo esordimmio io, Danieli, Luise e Silini». Poi via coi ricordi. «Ho iniziato con il calcio, ero piuttosto bravo. Pur essendo di Città Giardino giocavo nella squadra del Portello, al Petron. Nel 1951 Carlo Malagoli mi chiamò al Petrarca Calcio e lì, all'Antonianum, conobbi anche l'ambiente del rugby. Dopo due anni di corteggiamento, nell'ottobre del '52 Lalo Santini mi convinse a tesserarmi con il Petrarca Rugby. Debuttai appena possibile, a L'Aquila, e segnai 15 punti tra calci e mete. Da allora non sono mai uscito, se non per incidenti». Un paio di campionati, poi la convocazione in nazionale. «Una grande emozione, superata solo dalla consegna del cap a Roma lo scorso anno. È stato importante, ottenere un riconoscimento ufficiale dopo tanto tempo. Oltretutto l'Italia ha anche battuto la Francia, che per quelli della mia generazione è rimasto sempre un sogno irraggiungibile. I francesi erano dei veri mestri. Siamo riusciti a battere solo la loro nazionale militare, a Tolosa con la selezione Azzurra, grazie ad un mio drop nel finale. Per il resto ce la giocavamo solo con Germania, Cecoslovacchia e Spagna. Con gli inglesi invece mai scontri ufficiali ma ho avuto comunque la soddisfazione di giocare a Twickenham, contro gli Harlequins, e a Swansea, contro una selezione gallese». E con il Sud Africa, che possibilità dà agli Azzurri? «Sinceramente poche, anche se sono certo che giocheranno con cuore e orgoglio senza tirarsi indietro. Ma vedendo il Sud Africa che ha battuto l'Inghilterra credo resti una sfida impossibile». (si.va.)