Munari, la mia Africa Tra Babrow e Stofberg c'è la classe di Oliver

di VITTORIO MUNARI* Padova e quindi il Petrarca Rugby sono legate al Sud Africa da più di 40 anni. Voglio ricordare almeno tre grandi giocatori sudafricani che hanno lasciato un segno indelebile in Italia. Il primo fu Nelson Babrow, figlio del grande Louis (Springbok anni '30 di origine ebraica, ndr). Con lui il Petrarca vinse i primi scudetti negli anni '70. All'epoca i sudafricani, a causa della politica razzista nei confronti dei neri, cominciavano ad essere banditi dalle competizioni internazionali. Così molti iniziarono a guardare all'Italia, anche se all'inizio pochi avevano i contatti giusti. Babrow arrivò su consiglio di Marcello Fiasconaro, grande dell'atletica italiana, che era nato in Sud Africa e aveva giocato a rugby. Negli anni '80 arrivò Theuns Stofberg, che degli Springboks è stato anche capitano. Era meno gigantesco di Naudè, che giocava a Rovigo, ma aveva tecnica e mobilità sopraffine, oltre che una potenza fisica spaventosa. Negli anni '90 invece Cameron Oliver, apertura di classe cristallina che purtroppo ha avuto una fine tragica (morì nel 1993). Tanti altri sudafricani passati dalle nostre parti sono rimasti profondamente legati a Padova, come Kobus Wiese e Rudi Straeuli, campioni del mondo nel 1995, o Ivan Ortlepp, apertura del Petrarca a fine anni '70. Straeuli e Ortlepp vedranno la partita all'Euganeo, insieme alle loro mogli. Parlando invece della realtà del Sud Africa posso garantire che laggiù il rugby è davvero una religione. Il primo test match l'ho visto a Bloemfontein nel 1980. Si era in pieno apartheid: era difficile riscontrare quali fossero davvero le tormentate pieghe dietro quella situazione. La vera consapevolezza l'ho maturata quando il Paese è cambiato. Nel '93 ho avuto l'onore di allenare il XV del Mondo, per l'addio a Naas Botha, nel primo match del Sud Africa dopo fine della squalifica internazionale. Mandela, da poco scarcerato, si incontrava già con il presidente de Klerk per riformare il Paese. Ho scoperto così un mondo meraviglioso. Bisogna dire grazie a Mandela, che ha capito il valore del rugby e l'ha usato per unire il Paese. Alla Coppa del Mondo 1995 ero lì come commentatore e vedere Madiba esultare con la maglia del capitano afrikaans Pienaar mi fece enorme impressione. Oggi il Sud Africa resta una terra dove il rugby è religione ma non è più un culto riservato solo ai bianchi. Non sono stati risolti tutti i problemi sociali ma la gente di colore ora è sempre più inclusa nel movimento ovale, anche se fatica ancora ad inserirsi ad alto livello. Ma in nazionale ci sono comunque Mtawarira, Pietersen, Habana, Mohoje. La strada che hanno preso è quella giusta. *commentatore tv ex gm del Benetton dirigente del Petrarca