Uva sul filo dell'acqua I nuovi vigneti che guardano all'Expo

Una curiosità. Fra Venezia e le isole della laguna sono sparsi anche nuovi vigneti. Di recente nell'isola di San Lazzaro degli Armeni la comunità dei monaci ha piantato alcuni rami giovani di vite, in tutto una decina di piante. Provengono dalle colline del villaggio armeno Kessab in Siria, a confine della Turchia. I vitigni a bacca bianca sono selvatici. Per raccogliere l'uva i contadini si inerpicano sulle alture, successivamente preparano un vino ad uso casalingo. A San Lazzaro i primi grappoli saranno pronti il prossimo anno in occasione della celebrazione della Dormizione di Maria, 15 agosto. Durante la solenne liturgia i religiosi benediranno l'uva e la distribuiranno ai fedeli. Il tradizionale rito armeno è una reminiscenza di antichi riti pagani. Simboleggia il dono dei primi frutti della terra alle divinità. (n.d.l.) di Nadia De Lazzari Un viaggio a filo d'acqua che trasporta idee e progetti in laguna tra gli antichi vigneti della Serenissima, eredità di un insigne passato a cavallo fra Oriente e Occidente. Il paesaggio di storia e di cultura svela un inconsueto patrimonio viticolo. Dal Lido Alberoni a San Lazzaro degli Armeni, da Sant'Erasmo alle Vignole, da Mazzorbetto a Torcello è un po' Turchia, un po' Armenia, un po' Grecia. Accanto ai frutti dell'arte si scoprono quelli della terra, le viti, autoctone, resistenti all'acqua che qui spesso deborda e inonda. Dal 2010 in questo moto ondoso di genti e natura è stato avviato un progetto per realizzare due vigneti, uno a Torcello nell'isola di San Giovanni Evangelista, l'altro a Venezia nel convento dei Carmelitani Scalzi. Lo ha promosso il Consorzio Vini Venezia con l'Università di Padova e Milano, il CRA–Vit di Conegliano. Il presidente Giorgio Piazza, il vice–presidente Pierclaudio De Martin e il direttore Carlo Favero spiegano soddisfatti: «Per realizzarli abbiamo rintracciato e recuperato esemplari di vecchi vigneti nei monasteri, nei broli, nei giardini sparsi fra Venezia e le isole della laguna». Da qui è partita l'indagine a tappeto per scoprire la provenienza, l'identità e l'entità del germoplasma viticolo. Due le ricognizioni, una è stata effettuata nel 2010, l'altra nel 2012. «Sono state campionate 68 piante. L'identificazione varietale della vite è stata affrontata con tecniche moderne di analisi del Dna. Ciò ha consentito di ottenere l'impronta genetica della vite, ovvero il suo profilo molecolare». Successivamente è seguita la messa a dimora in due siti. A Torcello, nell'isola di San Giovanni Evangelista dove vive la famiglia veneziano-milanese Baslini: «Abbiamo accettato la proposta ben volentieri. Siamo orgogliosi. Avevamo frutta, orto. Mai pensavamo di fare vino». Il Consorzio Vini Venezia ha alzato il terreno e piantato dodici filari a quota 1,30 metri sul livello del mare. Altrettanti saranno messi a dimora a breve nel convento dei Carmelitani Scalzi dove sono in corso imponenti lavori di ristrutturazione per la predisposizione del vigneto. Il direttore del Consorzio Favero sottolinea: «Sarà il fiore all'occhiello dell'Expo. Tre anni fa abbiamo inviato una lettera al Patriarcato di Venezia che ci ha segnalato questi religiosi». Non solo vigneti anche editoria con pubblicazioni mirate e un vademecun viticolo. Conclude Favero: «L'opuscolo fornisce risposte quotidiane per intervenire sulle malattie della vite. Dal prossimo 2015 le direttive comunitarie obbligheranno alla difesa integrata in agricoltura. Noi abbiamo anticipato i tempi». Venezia non è nuova alle innovazioni. Dal 2002 a Sant'Erasmo Dariella e Gastone Vio in collaborazione con l'Università di Berlino hanno dato avvio alla coltivazione sperimentale a piede franco recuperando l'uva dorona, antico vitigno lagunare. ©RIPRODUZIONE RISERVATA