La poesia è quasi una ninnananna

«Buonananna buonanotte/sogna quelo che te piase sognar/sogna oci che riva in fondo/scuro babau vose del mar,/cori cori tra le braghesse del nono/cori a rider tra le so man;/man che conosse/martel ciodi el rosso sol de l'avenir/cori cori, cori a dormir/che vegnarà da ti un partigian/che 'l te disarà so mi, to nono/caro fiolo, cori vestite, cori Vien/che l'ieri de corse e de s'ciopi/xe doman». È una "Quasi ninanana" che compare nell'ultima raccola di liriche del poeta veneziano Francesco Giusti (nella foto). Scritta, appunto, per la prima volta interamente in veneziano. Si intitola "De un dir apocrifo" ed è scritta, come ricorda lo stesso autore, in veneziano urbano, ma con la stessa vena piana e intima, uno sguardo intenso e affettuoso sul quotidiano, che da sempre lo caratterizza. «La straordinaria energia della parola di Giusti - scrive anche Pier Franco Uliana nella prefazione alla raccolta - sale su da fondali remoti, si dilata in superficie per paesaggi di sestiere e si rifrange in filastrocche e ninnananne che rimandano alla nota cantilena zamzottiana».