«Vi innamorerete degli Egizi come è successo a me»

di Anna Sandri Quando è stato nominato, appena qualche mese fa, ha fatto notizia per quella che poteva sembrare una spoporzione, la sua giovane età di fronte alla grandezza di quello che era stato chiamato a governare: «Ma è una reazione italiana, nel resto del mondo è normale. E comunque anche in Italia le cose stanno cambiando, il premier ha la mia stessa età». Christian Greco ha 39 anni, è vicentino. Qui è cresciuto e ha studiato, qui torna «ogni volta che posso, ci sono i miei genitori, e poi adoro Vicenza». Ma la sua nuova città è Torino: è direttore del Museo Egizio, per definizione il secondo più importante al mondo dopo quello del Cairo «in realtà unico al mondo, perché le cose che si possono vedere a Torino si possono vedere solo qui». L'altro giorno, accompagnato dal presidente della Fondazione Evelina Christillin, ha presentato lo stato di avanzamento dei lavori che, in perfetta tabella di marcia, il prossimo 1 aprile consegneranno al pubblico, e alla storia, un Museo completamente rinnovato: «una trasformazione epocale» che è chiamato a guidare in prima persona. Interventi ispirati ai nuovi dettami museologici e museografici, in base ai quali "less is more", per cui si vedranno 8-9 mila reperti sui 40 mila, ma ci saranno i magazzini a vista, e video per integrare la conoscenza su quanto non sarà sotto vetro nelle sale. La leggenda, che poi non è leggenda, racconta che quella di Christian Greco per gli Egizi sia stata una folgorazione. «A 12 anni mia mamma mi ha portato in viaggio in Egitto: ho deciso con assoluta chiarezza che gli Egizi sarebbero stati ciò che avrei seguito nella vita». Mai una flessione: prima il liceo classico, poi lettere antiche al Collegio Ghislieri di Pavia. Un Erasmus a Leiden in Olanda. Tesi sull'archeologia del Vicino Oriente. Finita l'università in Italia si reiscrive, in Egittologia, a Leiden e nel frattempo segue un dottorato a Pisa. Il che ha anche un costo: «Per mantenermi, ho lavorato in un'impresa di pulizie e ho fatto il portiere di notte». «Ho seguito la mia passione e credo che se vuoi davvero raggiungere un obiettivo, ce la fai. Naturalmente ho avuto anche un po' di fortuna». Diventa curatore a Leiden, scrive saggi in cinque lingue. Conosce tutto ciò che si muove nell'Egittologia: «Sto seguendo il progetto della Regione Veneto, Egitto in Veneto, curato con le Università di Padova e Venezia. È molto positivo». Poi la chiamata a Torino. E adesso che sta qui, si ritrova a fare quello che i direttori devono (anche) fare: «budget, numeri, contabilità. Ma mi dà forza scendere nelle sale, l'emozione di quei reperti organici perfettamente conservati, la meraviglia di quei lini che sembrano appena lavati e stirati. Mi sento così in sintonia con gli Egizi, noi siamo quello che siamo grazie a loro, e rispetto a loro siamo ancora all'età del bronzo. Qui ci sono spunti di modernità incredibili». Gli dà forza vedere la fila dei bambini a bocca a aperta davanti ai laboratori di restauro a vista: qualcuno tra loro potrebbe restare folgorato e decidere che quello, solo quello, vuol fare nella vita. E nel frattempo, per lo stato dei musei e dell'arte, in Italia qualcosa potrebbe anche cambiare. In meglio. «Sono entusiasta del nostro attuale ministro. L'Art Bonus, con il credito d'imposta al 65 per cento per i privati che finanziano la cultura, ci mette al passo con i grandi paesi. Il ministro Franceschini sta cercando di semplificare, è un passaggio decisivo». E c'è tanto da fare: «Fondamentale è creare commissioni etiche che valutino i dirigenti: da quello che ho potuto vedere in Olanda, l'autonomia delle commissioni internazionali dà garanzia». I Beni culturali da soli, però, non possono fare troppa strada: «Vorrei una visione olistica da parte dei ministeri. Non si può procedere per settori. All'estero ascolti i giudizi sull'Italia: grande patrimonio artistico, ma per arrivarci passi da aeroporti senza servizi o collegamenti, strade di città a buchi, nessuno in grado di parlare inglese. Se non si fa sistema raggiungere un vero risultato è difficile». E poi, tutto sommato, con più calma: «Adesso pare che in Italia si debba fare tutto in fretta. Ma, ad esempio, tre anni per un dirigente sono un tempo minimo, bastano per orientarsi. Sarebbe opportuno dare a un dirigente il tempo necessario per costruire e raggiungere obiettivi. Mi va benissimo se mi cacciano fra tre mesi perché non sono competente, ma se una commissione etica internazionale valuta positivamente il mio lavoro, non capisco perché avere la barriera dei tre anni». È un po' la furia della rottamazione: «Rottamiamo pure. Ma rottamiamo per competenze, non per età. Non è che all'Italia servano solo giovani, o solo vecchi. Servono persone capaci».