Ciao Kekko, grazie per le battaglie vinte insieme per 30 anni

Ci ha salutato tutti, noi amici, con un sms: Ciao, KEKKO. Il suo ultimo colpo di coda, il suo definitivo sberleffo alla sorte, alla morte. Un ultimo abbraccio, ironico come sempre. Una pacca sulle nostre spalle rattristate. Perché, in fin dei conti, Francesco Gavagnin, nonostante le sue battute salaci, la schiena sempre dritta, forse un po' troppo a volte, era un buono, un appassionato della famiglia, del lavoro, della vita. L'ho conosciuto, Francesco, nella seconda metà degli anni Ottanta, quando dal Mattino di Padova fui mandato a dirigere il settore Provincia della Nuova Venezia, che allora si chiamava soltanto così senza distinzione fra Laguna e Terraferma. Avevo avuto il compito dalla direzione di rafforzare le pagine dei nostri paesi e cittadine. Con Gavagnin, come tutti noi del giornale l'abbiamo sempre chiamato, è stato come sfondare una porta aperta. Perché Gavagnin è stato un fotoreporter di razza, spigoloso a volte nel carattere, ma sempre disponibile. Quegli anni copriva da solo una zona immensa, tutto il Veneto Orientale, il suo, il nostro, suo e mio soprattutto, da Punta Sabbioni fino a Bibione, passando per San Donà fino a Meolo e Quarto d'Altino. Cominciò subito a crearsi una rete di informatori che potessero fargli coprire ogni angolo del suo territorio con tempestività. Allora non c'erano sms, internet e via discorrendo. Si correva, è il caso di dirlo, via filo o al massimo via telefono portatile. E Gavagnin era sempre nel suo grosso fuoristrada, veloce a raggiungere il luogo dell'incidente, dell'incendio, della manifestazione e di qualsiasi altro servizio fotografico lo incaricasse il giornale. Un giorno, ricordo, fece la bellezza di 400 chilometri. All'epoca le foto non viaggiavano via internet (per altro Gavagnin fu lestissimo a impadronirsi del Web) ma col fuorisacco, ovvero la busta doveva essere portata a un treno che andasse, nel nostro caso, a Mestre, dove i fattorini del giornale correvano a prenderla in stazione. Ma più di qualche volta i treni non c'erano più, e allora Gavagnin, brontolando divertito, montava sul gippone e portava le foto direttamente al nostro centrostampa di Padova. Questo per dire del suo impegno. Ma Gavagnin non è mai stato il protervo fotografo che vorrebbe la tradizione dei cosiddetti fotografi-cronisti. Ha sempre avuto invece il massimo rispetto del soggetto che doveva fotografare, difficilmente si è piegato a "rubare" da una cornice l'immagine di un morto di nascosto dai famigliari disperati, li ha sempre convinti a parole a dargliela quella foto, pure non ne ha mancata mai una. Come, sempre, è arrivato per primo lì dove qualche volta arrivavano dopo di lui le forze dell'ordine, ed erano battute ed ironie a non finire. Da quelle forze dell'ordine, Carabinieri, Polizia, Polstrada, Guardia di Finanza fino ai Vigili del Fuoco, Gavagnin non solo ha avuto notizie che poi girava al giornale, ma anche stima e in alcuni casi amicizie profonde. E se il Veneto Orientale è tutt'ora il fiore all'occhiello della "Nuova Venezia", quanto a diffusione, una parte di questo successo lo deve anche a Francesco Gavagnin, che per poco meno di 30 anni ne ha tenuta alta l'immagine. È per questo che tutti noi della "Nuova" abbiamo perso non solo un fotografo, ma un grande amico. Francesco Lazzarini