«La canzone è nell'aria, basta solo acchiapparla»

PADOVA «Mi ritorni in mente bella come sei, forse ancor di più». Manco a dirlo Giuseppe Peveri, in arte Dente, cantautore piacentino, cita Lucio Battisti. Ma non lo fa per indicare le proprie influenze stilistiche, sarebbe fin troppo scontato, è sulla seconda parte del verso che il cantautore emiliano preferisce concentrarsi. «Forse ancor di più» sottolinea «perché i ricordi non sono mai precisi e oggettivi, l'uomo tende spesso a ricordare solo i momenti belli. Ci facciamo una nostra versione dei fatti, come un regista che realizza un film prendendo spunto da un libro. Ciò che è realmente accaduto è scritto nel libro ma noi ricordando ci facciamo un po' il nostro film». La riflessione sul passato è il tema centrale dell'ultimo disco di Dente, il quinto, uscito quest'anno e intitolato appunto "L'almanacco del giorno prima". Perché questo bisogno di guardarsi indietro? «Parlare del passato significa rifugiarsi in una cosa sicura. Il passato non lo puoi cambiare, il futuro invece è molto incerto, non amo molto pensare al futuro, preferisco andare indietro perché so cosa è successo e amo rielaborarlo. Anche nel caso di una storia d'amore, rimangono sempre i bei ricordi». Guardando invece al futuro il 25 luglio è in programma la sua esibizione al Radar Festival, uno degli eventi più attesi a Padova. Se Giuseppe Peveri, anziché essere Dente, fosse uno spettatore quali nomi non vorrebbe perdersi? «Sicuramente i Calibro 35 (il fondatore Enrico Gabrielli suona spesso anche nei suoi dischi), poi Joan As Police Woman mi piace tantissimo e l'ho già vista due o tre volte dal vivo, i Calexico non li ho mai visti e sarei molto curioso». Gli arrangiamenti molto sofisticati e retrò dell'ultimo disco come vengono resi dal vivo durante l'attuale tour estivo? «Rispetto alla solita formazione c'è una persona in più, colora l'atmosfera con glockenspiel, chitarra elettrica e altri strumenti, certo non possiamo portarci dietro un clavicembalo vero sul palco tutte le volte, ma sono molto contento perché i suoni si avvicinano molto a quelli del disco». "L'almanacco del giorno prima" rispetto alle precedenti produzioni è un po' più malinconico, si parla meno di incontri e più di mancanze. C'è qualcosa che manca alla nostra generazione? «Non ne ho la più pallida idea, scrivo e parlo di me. Dicono che faccio cose generazionali, ma non avviene consapevolmente, forse è perché faccio una vita abbastanza banale e normale. È vero che ci sono meno incontri e più nostalgia, forse perché prima ne facevo di più. Ci sono meno storie e più ragionamenti sul tempo». Dove si trovano le melodie più belle? «La sensazione è che le canzoni esistano già, sono nell'aria, e tu ogni tanto ne azzecchi una che stava passando di lì. Quando ascolto una bella canzone penso che sia sempre esistita, l'autore l'ha semplicemente acchiappata. Riguardo alle melodie io sono molto romantico, mi piace pensare a una sorta di magia. Molti musicisti, spesso bravissimi, hanno un approccio più freddo e accademico. A me da autodidatta, piace pensare che uno nasca con l'arte nelle mani». Spesso indossi anche i panni del dj, attingendo ai grandi classici della canzone italiana, soprattutto anni '60 e '70. Come mai? «Mi affascinano molto e ciò che è stato creato in quel periodo è immortale, i brani sanno essere leggerissimi, ballabili, divertenti e molto originali». Radar Festival, Parco delle Mura, via Frà Paolo Sarpi, Padova. Ingresso: 25 euro (abbonamento 4 giorni 70 euro). Ingresso riservato soci Arci. Apertura cancelli ore 17. www.radarfestival.it ; cel. 347 696 5393. Matteo Marcon