Contro l'acqua alta un nuovo "preservativo da gamba"

PUNTURINE di Roberto Bianchin I veneziani non se ne accorgono neanche. Per il semplice motivo che non li comperano. E se non devono comperarli, neanche li guardano. Non li comperano per il fatto che quando devono proteggersi dall'acqua alta, i veneziani hanno (giustamente) orrore di stivali che non siano stivali veri. Cioè fatti di gomma e non di nylon o di altre schifezze. I veneziani hanno da sempre i loro bravi stivali di gomma autentica, verde o nera non si scappa (altri colori non sono ammessi), alti al ginocchio o all'inguine, a seconda. Non compererebbero mai quegli stivalacci di nylon in vendita nelle bancarelle, che ti fanno vergognare perché ti sembra di aver infilato i piedi dentro i sacchetti delle scoasse. I turisti invece li comperano, perché spesso sono costretti a farlo quando si trovano intrappolati in qualche posto dall'acqua alta, e perché gli stivali usa e getta hanno un grande vantaggio: costano molto meno degli stivali tradizionali, e non sono un impiccio che ti devi portare dietro tutto il giorno quando vai a passeggio, e magari all'improvviso spunta il sole e fai la figura dello scemo. Ma anche i turisti che li comperano, gli stivalacci di nylon, e che leggono cosa c'è scritto sulla confezione, non capiscono il significato di quel nome, scritto in grande, a lettere dorate, con cui è stato battezzato uno dei prodotti attualmente più venduti sul mercato lagunare e, pare, ora richiesti anche all'estero: "Goldon". Senza l'accento. Probabilmente non ci fanno caso. Non si pongono il problema. Del resto, nella confezione, non c'è alcuna spiegazione al riguardo. Si legge solo che si tratta di "stivali soprascarpa multiuso e ripiegabili", forniti di "cuciture impermeabili termosaldate ad alta frequenza", buoni anche per il fango e per la neve, che pesano solo trecento grammi e hanno un ingombro così minimo che possono stare tranquillamente in una tasca. Sono di due colori (bianchi e gialli) e di tre taglie (S,M,L), e costano soltanto dieci euro. È un vero peccato che l'inventore dello stivale-preservativo, tale Davide Derton, trentunenne imprenditore trevigiano di Altivole, non spieghi - magari in più lingue - il significato del nome che spiritosamente gli ha dato. Non racconti che in lingua veneziana quella parola, pronunciata con l'accento sulla "o" finale, significa proprio profilattico. Fatto che, visto il prodotto che preserva - appunto - dall'acqua alta, rende bene l'idea. Peccato anche che non racconti urbi et orbi (era l'occasione giusta) che quella parola, e il significato dato a quella parola, almeno a Venezia e nel Veneto, derivano dal cognome di una persona realmente esistita: il commendator Franco Goldoni, imprenditore, discendente - pare - del più celebre Carlo Goldoni, il quale nel 1922 fondò a Casalecchio di Reno, alle porte di Bologna, la prima fabbrica italiana di profilattici: la mitica Hatù, oggi scomparsa, il cui nome derivava nientemeno che dal latino: HAbemus TUtorem. Si racconta infatti che per aprire quella fabbrica servisse all'epoca il permesso della Curia, e che lo stesso Cardinale di Bologna, Nasali Rocca, fosse venuto in soccorso al nostro Goldoni, spiegandogli che gli avrebbe concesso l'autorizzazione a patto che quell'invenzione non fosse "contra accipere", cioè non servisse alla contraccezione, bensì per difendersi dalle malattie. "Pecca chi fa, non chi fabbrica", aggiunse malizioso il Porporato. Dicono adesso che il preservativo da gamba si lancerà verso nuovi traguardi pubblicitari. Potrà infatti portare stampato il nome di prodotti, alberghi, ristoranti. Volendo anche quello di chi lo indossa. Peccato che abbia, almeno agli occhi dei veneziani, un insormontabile difetto: anche questo goldòn è fatto in Cina. r.bianchin@repubblica.it