Profughi, no all'accoglienza i sindaci replicano al prefetto

di Giovanni Cagnassi w JESOLO La risposta che arriva dalla provincia e dai suoi sindaci è univoca. Un bel no, anche se con qualche distinguo, chi in maniera netta, magari anche greve, altri in modo più gentile, condito da un po' di burocratese di circostanza. Ma la sostanza è sempre la stessa, i profughi di Lampedusa non li vuole proprio nessuno. Il prefetto Domenico Cuttaia ha infatti scritto nei giorni scorsi a tutti i sindaci della provincia (a più di qualcuno la lettera a dire il vero non è ancora giunta), per sondare la disponibilità a ospitare i profughi, ne dovrebbero arrivare in tutto 85, per sapere se c'era la possibilità di dirottarne qualcuno dalla destinazione principale che resta la Croce Rossa di Jesolo. La lettera di "ricognizione" inviata dal prefetto di Venezia ai primi cittadini richiedeva solo delle informazioni circa la presenza o meno di strutture idonee a ospitarli in caso di necessità. Da Jesolo il sindaco, Valerio Zoggia lancia un appello: «Ci sarà pure qualche Comune del territorio che ha delle strutture idonee. Ci auguriamo che siano solidali come Jesolo, perché ci sono ancora questi 85 profughi da Lampedusa che devono essere accolti». Inevitabilmente, l'intera questione ha assunto una rilevanza politica tanto che i sindaci leghisti, sulla scia di quanto dichiarato dal giovernatore Zaia, hanno subito alzate le barricate. Gli altri hanno nicchiato, della lettera non hanno parlato e sembra quasi l'abbiano tenuta nel cassetto. Qualcuno, a quanto risulta, non l'ha neppure vista. Non certo i leghisti che non vedevano l'ora di renderla pubblica. Prima di tutti, il sindaco di Musile, Gianluca Forcolin, che ha invitato il prefetto a rivolgersi al ministro Kyenge. «Non mi pareva una ricognizione», ha confermato, «visto che c'erano già i moduli con le mascherine per avere il contributo di 30 euro a profugo e al giorno». Lo ha seguito a ruota il sindaco di Fossalta di Piave, Massimo Sensini: «Ci sono prima i nostri residenti, le giovani coppie, che hanno bisogno di una casa». Il sindaco di San Donà, Andrea Cereser, che è anche presidente della conferenza dei sindaci del Veneto Orientale, è prudente. «Il nostro comune», dice, «non ha strutture idonee. Il prefetto ha chiesto abitazione per almeno 20 persone, massimo 100, e non ne abbiamo. I riferimenti che sono stati fatti da qualcuno per l'ex caserma di Fiorentina non sono fondati in quanto la struttura non è ancora nelle nostre disposizioni e comunque, anche se lo fosse, dovrebbe essere completamente ristrutturata. Mi limito a una valutazione tecnica sul territorio, non politica. Resta il fatto che se ci sarà qualche privato che metterà a disposizione degli spazi per i profughi, lo potrà fare». Da Portogruaro, il sindaco, Antonio Bertoncello, fa unìanalisi limpida: «Abbiamo in passato ospitato anche noi profughi in situazioni di emergenza in case Ater. Le strutture richieste, però, sul nostro territorio non ci sono e non possiamo pertanto metterle a disposizione in questa fase». Il sindaco di San Michele-Bibione, Pasqualino Codognotto, è dello stesso avviso: «Non ha abitazioni e strutture per ospitare i profughi. L'unica è il Cif, centro italiano femminile, che sul territorio ha già avuto simili esperienze e potrebbe essere nuovamente coinvolto se i vertici lo decideranno». Intanto, la prima "tranche" dovrebbero arrivare questa settimana a Jesolo a partire da oggi. Sono i famosi "dublinati", in tutto 45, che in forza di un accordo sottoscritto a Dublino sono quelli che chiedono asilo e protezione internazionale. ©RIPRODUZIONE RISERVATA GUARDA E COMMENTA SUL SITO WWW.NUOVAVENEZIA.IT