Galan: «Alle primarie per costruire un Pdl liberale e nordista»

di Maurizio Caiaffa wPADOVA «Berlusconi come Veltroni? Berlusconi come D'Alema? La rinuncia a ricandidarsi del Cavaliere comparabile a quella di Veltroni o di D'Alema? Bestemmie, queste sono bestemmie». Si accalora, Giancarlo Galan, ex presidente del Veneto nonché ex ministro dell'Agricoltura e poi della Cultura, se solo gli si prospetta un filo di ragionamento che parte dalle bordate del "rottamatore" per eccellenza, Matteo Renzi, per arrivare ai recentissimi passi indietro eccellenti nel campo del Pd. «Signori», tuona, «vogliamo dimenticare quanto ha contato Berlusconi nella storia degli ultimi cinquant'anni di questo Paese?» E si capisce che l'ex governatore è indignato e scalpita nonostante la sua voce arrivi (per fortuna, considerata la corporatura) dall'altro capo di un filo telefonico. La pensa così anche dopo la condanna di Berlusconi per frode fiscale? «Certo. E mi viene voglia di telefonargli per tentare di convincerlo a ritornare subito in campo. Quello dei giudici è accanimento giudiziario. La prima sensazione è questa, per il momento non dico altro». Non appena il Cavaliere, nei giorni scorsi, ha detto di essere indisponibile a ricandidarsi lanciando al tempo stesso le primarie, lei ha fatto subito sapere che sarà del lotto dei concorrenti. Cosa cambia con il passo indietro di Berlusconi? «Cambia tutto, ora ci sono mille scenari possibili. Per esempio qualcuno diceva che era lui l'ostacolo alla ricomposizione dei moderati e ora non ci sono più alibi. E poi ora ci sono le primarie, che senso avrebbe avuto per me candidarmi contro Silvio, il mio padre politico?» Non siete un po' troppi a tentare di raccoglierne il testimone? «Alla fine alle primarie saremo 4 o 5, perché per presentarsi bisogna rappresentare una proposta, un'idea. Ci saranno Alfano, Santanchè, Galan, Meloni e Cattaneo. E su Cattaneo, che è giovane e bravo, ho qualche dubbio: il sindaco di Pavia rappresenta una categoria, quella degli amministratori, e già questo è incongruo». Bisogna rappresentare un'idea, dice. Ma lei che idea rappresenta? «Non mi candido contro qualcuno, innanzitutto. Però penso che Alfano abbia un programma troppo democristiano e troppo meridionale. Secondo me manca la trazione settentrionale. E poi il segretario mette in ombra la parte liberale e riformatrice del nostro patrimonio programmatico. Al di là dell'economia, dimentica i diritti civili che per me rapppresentano un tema molto importante». Nel Pdl si sta già ragionando di regole delle primarie, se ne parlerà martedì. Lei che indicazioni ha da dare? «Se si vuole fare qualcosa di serio e di utile, bisogna che non vengano consultati solo gli iscritti, ma che si svolgano nella massima partecipazione. Bisogna rimotivare chi ci votava e non ci vota più, suscitare nuovi entusiasmi. Il peggio che possiamo fare è sentire solo gli iscritti, sarebbe una visione conservatrice, come accontentarci dei voti che abbiamo già senza cercarne di nuovi». Il Pd sulle primarie ha fatto scuola? Qualcosa potete imparare dal campo avverso? «Mica le hanno inventate loro, le primarie. Fosse per me, poi, le farei regolare per legge». Come, lei, un liberale, ci farebbe sopra una legge? «E che c'entra? Le hanno inventate gli Usa, loro una legge ce l'hanno e mi consta sia un Paese liberale. Certo, la legge sulle primarie dovrebbe accompagnarsi a una legge elettorale coerente e degna del nome». Una curiosità. In questi giorni ha detto di non avere soldi da investire nella corsa. E dove li trova? «Non ho intenzione di fare i manifesti. Volevo dire che se dovrò andare a parlare a Messina, mi farò ospitare dal mio amico Antonio Martino». Parliamo del Veneto. Che ne pensa di questa idea dell'area metropolitana di Venezia e Padova? «Ne sento parlare da una vita, non sono né favorevole né contrario. Certo che se venisse istitutita l'area metropolitana di Venezia-Padova e poi quella di Verona, allora bisognerebbe abolire la Regione. Non andrà così». Perché? «Guardate alle sceneggiate sulle Province e vi convincerete che non se ne farà niente: Chioggia odia Venezia, San Donà guarda altrove, Portogruaro se ne frega. È la solita storia. Tutte perdite di tempo. Un altro esempio? Il dibattito sull'indipendenza del Veneto. Il presidente della giunta veneta che chiede al presidente del Consiglio regionale di incaricare gli uffici legali per un parere sul referendum. Ma Zaia non poteva farlo direttamente con i suoi uffici? Un'altra vicenda patetica». Ha letto quell'articolo di Dario di Vico sul "Corriere della Sera"? Galan che aveva cercato di costruire una borghesia del project financing, mentre la giunta Zaia torna al localismo del prosecco? Che ne pensa? «Perbacco se l'ho letto. Di Vico l'ha messa fin troppo bene, in realtà il mio è stato soprattutto un tentativo di coinvolgere i privati nella costruzione e gestione di beni pubblici. E ci sono riuscito, come non è accaduto da alcuna parte in Italia e forse in Europa. A Mestre abbiamo uno degli ospedali più belli d'Europa, l'abbiamo costruito in tre anni». Lo sa che a Mestre e a Venezia non piace per il gigantismo? «Che devo dire, manderemo infermieri più carini». Il confronto con chi governa il Veneto oggi? «Non voglio criticare nessuno, ma nei miei 15 anni da governatore c'era una visione internazionale, globale in cui inserire la Regione. Ora siamo alle feste tipo "brusa la vecia"». Nei suoi anni la crisi economica non c'era. «I soldi non sono un problema se si ha un'idea. E se il commissario Silvano Vernizzi quella volta non avesse avuto il coraggio che ha avuto, oggi non avremmo il Passante» Insomma la Lega oggi al governo del Veneto non ha visione? «La Lega è stata contro il Mose, contro il Passante, contro il rigassificatore. Fosse per loro il Passante non ci sarebbe, avremmo ancora a che fare con quella società, si chiamava Nord Consulting». Nord Consulting? «Era la società che doveva progettare il macchinario capace di scavare il tunnel sotto la terraferma veneziana». ©RIPRODUZIONE RISERVATA