SE CROLLA IL PALAZZO DI CARTONE

di FRANCESCO JORI Palazzo sì, ma di cartapesta: alla fine la Pisana, sede dell'assemblea regionale del Lazio, si è rivelata dello stesso materiale usato per allestire il finto Olimpo e il simil-Partenone nell'inverecondo festino da fine impero dei Polverini-boys. Venuta giù con l'ultimo soffio di ridicolo, dopo un'indegna sceneggiata di oltre una settimana tra dimissioni tiramolla, lettere minatorie grondanti veleno, copie di false ricevute ad alta tossicità, maschere da maiale mai così bene abbinate ai loro indossatori. Ma questa indegna recita non è un'esclusiva laziale: è semmai la replica più nauseante di un copione che sta andando in scena in troppe parti d'Italia. E che oggi ha come primedonne le Regioni, ma in realtà chiama in causa l'intera compagnia di giro della politica italiana, impegnata nella sua stucchevole recita. Il guaio è che ogni volta che cala il sipario, restano delle domande in sospeso su questioni che fanno scandalo anche senza costituire reato. Perché negli ultimi dieci anni la spesa complessiva delle Regioni è salita tre volte più dell'inflazione? Perché la Sicilia da sola viene a costare due volte e mezza in più rispetto alla media di tutte le altre Regioni? Perché il presidente del Consiglio regionale lombardo ha un'indennità doppia rispetto a quella del suo collega emiliano, e idem il presidente della giunta lombarda rispetto a quello toscano? Perché i consiglieri regionali a fine mese raddoppiano la paga-base con una serie di rimborsi e benefit che come tali sono per giunta esentasse? Perché, come documenta il sito lavoce.info, gli stipendi percepiti dagli amministratori regionali sono in molti casi inversamente proporzionali al benessere economico e all'andamento del mercato del lavoro dei rispettivi territori? Perché ci sono tanti inquisiti nelle Regioni di ogni taglia e colore? In attesa di ricevere quelle specifiche, c'è una risposta immediata: perché a differenza del resto d'Europa, in Italia la selezione del ceto politico è fatta non da partiti veri, ma da ristrette e sempre più autoreferenziali oligarchie. E di Fiorito non ce n'è uno solo, anzi: ne esiste una legione, i cui componenti si contraddistinguono per il fatto di essere portatori di voti, rastrellati con operazioni clientelari; maestri nell'elargire favori privati pagati con soldi pubblici. Le rispettive case-madri li mettono in lista incamerando i rispettivi patrimoni di consensi, e fingendo di ignorare il modo in cui sono stati ottenuti; salvo prenderne le distanze quando esplodono i singoli scandali. Così loro si sentono eletti di nome e di fatto, dando per scontato di poter svolgere quel ruolo per l'eternità: come giusto ieri si è visto con l'immediata auto-ricandidatura alle prossime regionali da parte dei due più squallidi protagonisti della cloaca laziale, er Batman-Fiorito e Ulisse-De Romanis. E chissà quanti altri torneranno comunque a fare guasti magari in altri ruoli: dalla finalmente ex presidente a un'opposizione che ex lo è stata fin dall'inizio. O incapaci o complici: non sporadici ma continuativi, per oltre due anni. Neanche stavolta la politica ha voluto o saputo cogliere l'occasione per rigenerarsi. Il Pdl ha fatto pressioni fino all'ultimo sulla Polverini perché non si dimettesse; l'Udc si è esibito in un patetico dietro-front appena il capo dei vescovi ha aperto bocca; Pd e Idv hanno fatto i pesci in barile di fronte all'ambiguo comportamento dei loro esponenti locali. Partiti sempre più isolati dall'opinione pubblica, sempre più incapaci di cogliere l'onda di disgusto che sale dal Paese. Aggrappati al loro potere, a costo di dover ritoccare il celebre detto del centurione romano dopo l'incendio dei Galli: magari non più optime, ma hic manebimus comunque. ©RIPRODUZIONE RISERVATA