L'AZZARDO TEMERARIO DEI TECNICI

di MASSIMO RIVA La riforma del mercato del lavoro messa a punto dal governo Monti viene senz'altro incontro ad aspettative politiche esterne al paese. Tanto che da Bruxelles è già arrivato un giudizio di lode e di incoraggiamento. Che essa corrisponda anche alle attese di un'economia in recessione e di una società afflitta da una disoccupazione ormai strutturale è un po' meno sicuro. Le misure dirette a contrastare il dilagare dei lavori precari obbediscono a una logica intelligente: rendere più costosi i contratti a tempo determinato per riequilibrarne la convenienza rispetto a quelli a tempo indeterminato. La stessa cosa può dirsi per quanto riguarda l'intenzione di smascherare la quantità di false partite Iva dietro le quali si nascondono sovente vere e proprie situazioni di lavoro dipendente. Il problema però è capire fino a che punto, nella quotidianità di vita del mercato, le aziende vorranno assecondare l'intelligenza della riforma. Nel mondo delle piccole imprese e dell'artigianato, per esempio, si stanno già moltiplicando le voci di chi si oppone alla prospettiva di perdere il lucroso combinato disposto di basso salario e lavoro precario. Fossimo nel bel mezzo di una robusta ripresa economica simili posizioni non preoccuperebbero: nessuno perde commesse per non dare qualche euro in più ai dipendenti. Oggi così non è: il rischio che le nuove norme, almeno in prima battuta, possano tradursi in minore offerta di lavoro non va sottovalutato. Ma dove la riforma tocca punte più elevate di azzardo è sul nodo cruciale del fatidico articolo 18 e non soltanto perché su questo si è verificata una rottura fra il governo e la Cgil. Certo, quest'ultima ha già dichiarato un primo sciopero generale che fa immaginare l'aprirsi di una stagione di diffusi conflitti sociali. Ben più importanti rischiano di essere sia i contraccolpi politici sia le conseguenze economiche della decisione governativa. I primi perché il no della Cgil alla nuova formulazione della contestata norma ha aperto una spaccatura non facilmente ricomponibile dentro il Partito democratico. Qualcosa del genere era già accaduto quando l'allora ministro Sacconi operava con mirata strategia per mettere all'angolo la Cgil. Ma in quel tempo il Pd era partito d'opposizione. Oggi esso è un pilastro indispensabile a sostegno dell'attuale governo. Vero è che Bersani pagherebbe un prezzo altissimo se togliesse la fiducia a Mario Monti a causa dell'articolo 18. Ma è altrettanto vero che neppure il premier può continuare a tenere assieme la sua maggioranza con la coercizione dell'emergenza finanziaria. Alla lunga i consensi estorti possono alimentare pericolose volontà di ritorsione . Quanto alle conseguenze economiche del nuovo articolo 18 i rischi di effetti controproducenti sono anche maggiori. Intanto, l'aver reso meno difficoltoso il ricorso a licenziamenti per asseriti motivi economici apre la porta a una quantità di possibili abusi: per mettere alla porta qualcuno anche a un'azienda in floride condizioni basterà sostenere che sta riorganizzando i suoi uffici. Non infondato perciò è il timore che la nuova formulazione della norma possa paradossalmente far crescere anziché diminuire la disoccupazione. L'azzardo più temerario del governo riguarda, però, la convinzione che gli investitori esteri non stiano aspettando altro che la riforma dell'articolo 18 per aprire i loro portafogli e invadere il Paese con nuove iniziative imprenditoriali. Certo, ci vorrà del tempo per verificare il fondamento di questa scommessa: almeno un anno. Ma chi rischia doppio in materia sono soltanto i lavoratori. Perché se la presunzione del governo si rivelasse illusoria, sarebbero gli unici a trovarsi con meno posti di lavoro e insieme anche con meno diritti di difesa. E il più appropriato titolo di coda per questo film sarebbe: scene di lotta di classe a Palazzo Chigi. ©RIPRODUZIONE RISERVATA