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di SANDRO MANGIATERRA Per essere strana è strana, l’alleanza tra Luca Zaia e Giuliano Pisapia. Ma succede anche questo ai tempi del governo di Mario Monti. Che il presidente del Veneto, leghista doc, e il sindaco di Milano, ex Rifondazione comunista, si ritrovino insieme sulle barricate. A tirare bordate contro le liberalizzazioni. E, per cominciare, a cercare di frenare in tutti i modi le novità in fatto di orari dei negozi e aperture festive. Sulle liberalizzazioni se ne vedono delle belle. In particolare in tema di saracinesche alzate o abbassate. La destra che dovrebbe essere liberale e liberista schierata a difesa dei privilegi corporativi, in contrapposizione al Pd di Pier Luigi Bersani impegnato a rivendicare le prime «lenzuolate» del 2006. La Chiesa («la domenica è sacra, perché è il giorno del Signore» già tuonò Karol Wojtyla) a braccetto con l’estrema sinistra. Carlo Sangalli, numero uno di Confcommercio, dalla stessa parte di Susanna Camusso, leader della Cgil. E a sua volta Sangalli contro Giovanni Cobolli Gigli, rappresentante della grande distribuzione, in rotta con Confcommercio. Chi ci capisce è bravo. Fatto sta che Zaia è stato chiaro: per lui la nuova legge sul commercio, che al termine di tante polemiche ha modificato una normativa regionale tra le più restrittive d’Italia, portando tra l’altro a venti le aperture domenicali, basta e avanza. Fino a mettere sul piatto il ricorso alla Corte costituzionale contro le «ingerenze» del governo di Roma. Peccato che in questo scontro si guardi più agli interessi del proprio elettorato che a quelli della maggioranza dei cittadini. Per carità, le preoccupazioni dei piccoli esercenti sono legittime. Ma ci sarà un motivo se in Veneto i supermercati hanno sorpassato i negozi tradizionali (13,2 miliardi di fatturato contro 12,6 complessivi). I prezzi più o meno vantaggiosi c’entrano fino a un certo punto. Secondo una ricerca del Cermes-Bocconi (Centro di ricerca sui mercati e sui servizi), il 76,2 per cento dei consumatori italiani ritiene che ampliare gli orari dei negozi sia un servizio. Le aperture domenicali, poi, sono le benvenute, dal momento che il 57,2 per cento non riesce a trovare un’ora per gli acquisti nei giorni feriali. E non è nemmeno detto che la liberalizzazione degli orari vada a esclusivo vantaggio della grande distribuzione: il 54,5 per cento degli italiani sostiene di frequentare volentieri i centri delle città quando le saracinesche sono alzate, percentuale che scende al 43 per cento se i negozi sono chiusi. Insomma, è l’offerta che genera la domanda, più è possibile comprare più viene voglia di comprare. Quello del commercio è il fronte più caldo del piano annunciato dal governo. Insieme con quello dei taxisti, che prima ancora di avere sott’occhio il decreto hanno annunciato proteste per il 23 gennaio (probabile la paralisi delle metropoli) e dei farmacisti, che minacciano (e fanno) serrate fin dai tempi di Francesco Crispi e Giovanni Giolitti. Senza contare il subbuglio tra gli avvocati, gli architetti e i professionisti in genere, in trincea per il mantenimento delle tariffe minime. Persino in spregio al senso del ridicolo: l’Ordine dei veterinari di Torino è arrivato a sanzionare una sua iscritta che curava gratis i cani abbandonati (a chi avrebbe dovuto inviare la parcella, al cane?). Ma tant’è. «Bloccheremo l’Italia» è lo slogan ricorrente. Ci manca giusto lo sciopero dei notai... Povero Monti. Che mai succederà se effettivamente il professore non guarderà in faccia nessuno? Se, come ha promesso, metterà mano pure ai grandi potentati, alle lobby di ferro, ai cartelli di fatto e ai supermonopoli, settori in cui ballano non milioni ma miliardi di risparmi per i cittadini e le imprese? Agli ultimi posti nell’indice delle liberalizzazioni messo a punto dall’Istituto Bruno Leoni figurano infatti le autostrade, i servizi postali, le ferrovie e l’energia. Come è possibile che gli aumenti dei pedaggi siano sganciati dagli investimenti? Che le tariffe di lettere e cartoline siano le più alte d’Europa, a dispetto delle Poste in mille faccende affaccendate tranne a distribuire la corrispondenza? Come può esserci concorrenza sui binari, se questi sono controllati dalle Ferrovie dello Stato? E nel gas, se la rete di distribuzione è gestita dalla Snam, di proprietà dell’Eni? Non basta: vogliamo parlare di banche e assicurazioni, magari partendo dai conti correnti e dalla Rc auto? È qui, in questi settori strategici, che si nasconde quel punto e mezzo di Pil, tra i 20 e i 25 miliardi, che sarebbe autentico ossigeno per lo sviluppo. Ed è qui che Monti & C. sono chiamati a dimostrare la loro forza e, perché no, la loro indipendenza. Impegnarsi a sconfiggere le piccole corporazioni e gli interessi di bottega di qualche politico è molto. Riuscire a trasformare l’Italia in un Paese davvero «libero» sarebbe straordinario. ©RIPRODUZIONE RISERVATA