L'energia costa il doppio dopo Clorosoda e Montefibre a rischio anche l'Alcoa

MARGHERA. L'alto costo dell'elettricità (oltre il 50 % in più della media europea) che debbono pagare le industrie «energivore» di Porto Marghera rischia di aprire una nuova «falla» nella già disastrato polo industriale. Dopo Dow Chemical, sono stai fermati il clorosoda di Syndial (Eni) e gli impianti di Montefibre. Il mese prossimo potrebbe succedere all'Alcoa di Fusina se Unione Europe abolirà le riduzioni del costo dell'energia che fino ad oggi, in via straordinaria, le sono state concesse.
Martedi i cassintegrati della Montefibre spa faranno un presidio al Vega, davanti alla sede di Confindustria. Mercoledi saranno in strada i dipendenti della multinazionle dell'alluminio Alcoa per chiedere al Governo di «garantire all'azienda energia a costi comparabili alla media europea».
Che l'energia in Italia costi molto più che all'estero è cosa risaputa, una disparità che svantaggia sopratutto le industrie «energivore» (ad alto utilizzo di energia elettrica), come quelle chimiche del «ciclo del cloro» e siderurgiche. Ciò vale anche per Porto Marghera, malgrado in quest'area Enel ed Edison producono 2,4 milioni di mg/w a fonte dei poco più di 200 mg/w utilizzati da Petrolchimico ed Alcoa. Le industrie di Porto Marghera pagano oggi l'energia circa 90 euro mg/w - 100 con i costi di «vettoriamento» -, cioè il doppio del prezzo medio europeo. Tant'è che Montefibre anni fa s'era rivolta ad un gruppo olandese per realizzare una nuova centrale elettrica a Marghera.
La costruzione di una nuova centrale da 400 Mg/w l'aveva ipotizzata anche Ineos-Italia (ora Vinyls) per riportare a livelli «accettabili» i costi dell'energia per gli impianti di clorosoda e cvm/pvc. Ma ormai è troppo tardi, Montefibre ci ha rinunciato e il progetto di Ineos è fallito e cosi rischia di essere per quello ripresentato (nei stessi termini) dai commissari straordinari di Vinyls. Costruire nuove centrali termoelettriche a Porto Marghera risulta «improponibile», sia per i tempi di autorizzazione - compresa la consultazione della popolazione - e realizzazione, sipa per la impossibilità di trovare investitori disposti a sborsare centinaia di milioni di euro per la centrale.
In questo quadro, la «tariffa scontata» (circa del 50 %) della bolletta energetica dell'Alcoa di Fusina e della Sardegna è una vera e propria «anomalia» che l'Unione Europea già da anni lo ha bollato come un «sospetto aiuto di Stato che non rispetta la libera concorrenza tra le aziende private». Dirigenti di Alcoa e sindacati dei lavoratori, già in passato sono riusciti ad ottenere proroghe e deroghe dal Governo italiano per dribblare la Ue. Ora però la Commissione europea sta per concludere un'indagine per stabilire se «la proroga della tariffa preferenziale regolamentata per l'elettricità concessa dall'Italia ad alcune industrie ad alta intensità energetica sia conforme alle norme comunitarie». Alcoa ha presentato ricorso alla Corte di Giustizia Europea e annunciato ai sindacati dei chimici di Cgil, Cisl, Uil che se il 17 novembre la «tariffa preferenziale» non sarà confermata dalle autorità italiane saranno a rischio oltre 100 dei circa 450 dipendenti.

Gianni Favarato