I bimbi si ammalano per il freddo

FAVARO. Il falò comune è tornato a bruciare nel campo Sinti di via Vallenari. Rito ancestrale che per i bambini è un gioco, per i vecchi ricorda una cultura lontana e per la generazione di mezzo un presente incerto. Il fuoco acceso stempera l'aria autunnale per questi bambini che attendono di trasferirsi nel campo promesso. Nel campo delle polemiche politiche dei «grandi».
Il vecchio campo di via Vallenari è in dismissione. Hanno iniziato a smantellarlo in vista del trasferimento, previsto a inizio novembre, di questa gente nel nuovo insediamento. Li dove ci sono le cosidette «villette». Le hanno viste anche i bambini quelle casette. E i bambini in questo momento sono il nocciolo della questione. Il punto debole. «Non possono passare qui l'inverno. Abbimo smantellato le casette mobili. Ora dobbiamo utilizzare le docce e i bagni comuni», spiega Gaetano Braidic. «Due bambini si sono già ammalati e sono stati ricoverati in ospedale. Le mamme li lavano come possono prendendo l'acqua calda con i secchi. Prima ogni casetta aveva il proprio wc chimico e la doccia. Per noi adulti non c'è problema, ma per i piccoli no. Non possiamo lasciarli in queste condizioni. E per fortuna questa settimana il clima è stato buono».
Nel campo, nel primo pomeriggio, ci sono i più piccoli scorazzano seguendo le madri che aprono al visitatore la loro condizione: tavolini all'aperto dove pranzano, cessi comuni, bacinelle dove lavno i figli. Alla sera, alla fine del campo, si accende il falò per riscaldare l'aria prima di rientrare nelle roulotte. C'è Gaia biondina, c'è Romeo, Eric un po' più grande di loro gioca con dei cani. Qui i bambini al di sotto dei 14 anni sono quasi quaranta su settanta minori presenti al campo. Per chi è in età da elementari la scolarizzazione è al cento per cento. Cala leggermente per chi va alle medie. Ma di strada da quel 1968 quando le prime famiglie sinti arrivate da noi, dopo la cacciata degli italiani da Istria e Dalmazia, ne è stata fatta sul fronte dell'integrazione. Questa gente non è più nomade, manda i figli a scuola, dona il sangue e gli uomini hanno servito lo Stato con la leva militare. Ma soprattutto sono italiani. Il «campo promesso» di questi bimbi è, in linea d'aria, a cinquecento metri. «Io capisco che le persone devono subire il campo. Immaggino sia come per una strada nuova: uno se la trova vicino casa e non ci può fare nulla. Ma il Comune ci ha messo li. Chiunque può venire a vedere come viviamo», continua Gaetano mostrando quanto resta del vecchio campo. «Vede queste case», osserva indicando i palazzoni verso il parco della Bissuola, prima del 2001 non c'erano. E' un problema per loro avere questo campo sotto le finestre. Nessuno pensa a loro. Nessun partito prima di due anni fa sapeva chi eravamo. Adesso tutti sanno, tutti dicono, tutti parlano. Ma sui bambini non possono continuare a fare polemiche politiche. Questi piccoli non possono rimanere qui l'inverno. Il Prefetto ci ha promesso una risposta a breve. Noi aspettiamo. Stiano tranquilli non occupiamo nessuna villetta», sottolinea con un filo di ironia Gaetano.

(Carlo Mion)