Il Futurismo senza più futuro


di Enrico Tantucci
Futurismo senza futuro. E' definitivamente "saltata" Astrazioni, la mostra che la Fondazione dei Musei Civici di Venezia avrebbe dovuto organizzare a settembre al Museo Correr, nell'anno del centenario del Manifesto futurista e in collegamento con le altre mostre italiane sul movimento al Mart di Rovereto e a Palazzo Reale di Milano.
A mettere la pietra tombale sull'esposizione, già slittata da giugno a settembre per mancanza di fondi, è stata la Regione - che avrebbe dovuto cofinanziare la mostra - e che ieri ha reso noto che «a porre la parola fine alla tormentata vicenda della mostra sul Futurismo che si sarebbe dovuta allestire presso il Museo Correr, sono sopraggiunti fatti drammatici imprevisti, causati da eccezionali fenomeni meteorologici, che stanno richiedendo consistenti impegni finanziari da parte della Regione del Veneto». La frana di Cancia, in Cadore, par di capire, con le sue conseguenze, fa saltare i 250 mila euro che Palazzo Balbi avrebbe garantito per finanziare a metà la mostra veneziana, già scesa di due terzi da un costo complessivo di un milione e mezzo di euro e progressivamente ridottasi nelle dimensioni e nel numero delle opere. Peccato che proprio ieri la stessa Regione abbia stanziato 680 mila euro per la valorizzazione del patrimonio culturale di origine veneta nell'Istria e nella Dalmazia e dunque pare che al presidente Giancarlo Galan e al suo portavoce Franco Miracco stia più a cuore il recupero del palazzo Portarol "Castelletto" di Dignano (150 mila euro) che non i Balla o i Kupka previsti in mostra a Venezia.
Ma sarebbe del tutto improprio attribuire alla Regione la responsabilità principale dell'annullamento dell'esposizione e della conseguente brutta figura nazionale e internazionale che a Venezia ne deriva rispetto ai musei e alle istituzioni coinvolte nei prestiti e nell'iniziativa, coinvolgendo anche il lavoro di chi - come l'architetto Daniela Ferretti - da tempo lavora alla sua organizzazione, perché le mostre serie non nascono in una notte come i funghi. La colpa principale va infatti alla città, bravissima a autoincensarsi per i successivi espositivi di altri - siano la Biennale o monsieur François Pinault con la sua Punta della Dogana - ma ormai quasi incapace di inseguirne di propri. Alla pietra tombale della Regione si è subito accodata la Fondazione Musei Civici, che appreso del no della Regione «pur rammaricandosi dell'opportunità perduta, del lavoro scientifico e organizzativo vanificato e del danno culturale ed economico per la città, ritiene di non potersi assumere interamente i rischi di un'impresa di portata internazionale». Volare basso, insomma, che è meglio, e lo stesso presidente della Fondazione Musei Sandro Parenzo aggiunge: «E' una mostra nata sotto una cattiva stella sin dall'inizio, noi abbiamo fatto tutto il possibile per organizzarla, ma forse è meglio così. Potremo concentrarci sulla valorizzazione delle nostre raccolte». Proposito nobilissimo, se frutto di una strategia e non delle convulse vicende di questa esposizione, da cui prima, quasi per ripicca, perché contattata solo in corso d'opera, si è sfilata anche la Fondazione di Venezia.
Da parte sua, nel frattempo, il sindaco di Venezia Massimo Cacciari tuonava «basta con l'effimero», quasi augurandosi il salto della mostra, mentre l'assessore alle produzioni Culturali Luana Zanella commenta ora: «Non possiamo navigare a vista. Il rischio è di non raggiungere approdi sicuri». Ma a Venezia ormai è così, e non ingannino i lustrini altrui e i fantomatici chilometri dell'arte. Per la cultura si naviga a vista e i progetti - come quello del Futurismo - nascono e muoiono con impressionante superficialità, incuranti dei "cocci" sul piano dell'immagine. Ma, ora che anche Parenzo è in fuga, raccoglierli toccherà a qualcun altro.