Dieci lunghi anni senza il bluesman Guido Toffoletti

Dieci anni sono un tempo che può sbiadire ogni ricordo. Non tutti. Certi rimangono. Nel cuore e nella mente. Dieci anni fa se ne volava via il bluesman veneziano Guido Toffoletti (nella foto). Era il 22 agosto del 1999. Una notte calda e piena di zanzare. Guido, veneziano di Santa Croce, aveva 48 anni. Chiuse il suo ultimo giro di blues su una strada sgangherata del Polesine, all'altezza di Bruso, una frazione di Cavarzere.
Erano le quattro e un quarto del mattino di domenica. Pedalava su una vecchia bici senza fanali. Fu centrato da un'auto che non lo aveva visto. Non si accorse di nulla. Aveva passato la serata in un locale della zona in compagnia di alcuni amici. Poi si era stufato. Aveva sonno, voleva andare a dormire. I suoi amici si attardavano a giocare alle macchinette mangiasoldi. Lui era venuto in macchina con loro. Decise di andarsene da solo. Prese in prestito la bici del custode del locale. Doveva fare una ventina di chilometri per andare a dormire a Codigoro, dove ogni tanto si fermava.
Un suo fan e amico, imprenditore di locali notturni, compagno di avventure e zingarate, gli aveva messo a disposizione un piccolo appartamento. Si ritirava lì le volte che lo prendeva la malinconia. Non aveva bevuto. Né fumato né preso pasticche. Guido era astemio. Non beveva, non fumava, non si drogava. Viaggiava a cappuccini, grissini, prosciutto e melone e cedrate Tassoni.
A suo modo Guido era un salutista. Agli antipodi degli artisti «maledetti». Perché, spiegava,«ne ho visti troppi fare una brutta fine, e io non voglio finire come loro». Si voleva bene, Guido. E sapeva volere bene. Non solo alle ragazze che gli piacevano. Aveva umanità e dolcezza. E ironia. Insieme agli scherzi, spesso salaci, che faceva agli amici, e anche ai suoi musicisti, sapeva portare un pensiero gentile, un regalino, un disco, una sciarpa, una maglietta. Sapeva ricordarsi di un compleanno e organizzare una festa improvvisata. Sapeva fare del bene. Spesso aiutava, in silenzio, chi si trovava in difficoltà. Come quando, con un'azione da commando, liberò con un blitz una ragazza sul raccordo anulare di Roma da una gang di trafficanti di esseri umani. O come quando accolse nella sua casa veneziana un vecchio amico che si era smarrito, Kim Brown, il leader dei Renagades e di Kim & Cadillacs, lo rimise in sesto, lo riportò sul palco e in sala di incisione. Si ricordava, Guido, di quando Kim lo aveva accolto nella band, lui ragazzino quattordicenne scappato di casa, e gli aveva dato un lavoro. Faceva il"roadie", portava gli strumenti. Fu così che entrò nel mondo della musica. Che fece una ventina di dischi e migliaia di concerti, che suonò come"spalla" di mostri sacri come B.B. King e John Mayall, che diventò amico di Keith Richard dei Rolling Stones, di Alexis Korner, Herbie Goins, Paul Jones, James Cotton, Patty Pravo, Bobby Solo, Little Tony. Che a Praga, dov'era diventato un idolo, fu ricevuto con tutti gli onori dal presidente della Cecoslovacchia Vaclav Havel che l'aveva sentito in un locale e si era innamorato della sua musica. Toffoletti è stato uno dei primi musicisti, insieme a Fabio Treves e Roberto Ciotti, a portare il blues in Italia a metà degli anni sessanta, quando nessuno sapeva ancora esattamente che cosa fosse il blues.
Un caposcuola. Uno che «suonava giusto», dritto al cuore e con pochi fronzoli, come diceva Alexis Korner che lo instradò sulle strade del blues. Un blues, il suo, diverso da quello morbido, mediterraneo, del romano Ciotti, e da quello stridente, dalle armoniche nervose, del milanese Treves. Un blues molto inglese, tagliente, dalle marcate venature rock, che risentiva del grande amore che Guido coltivava per quello che considerava il più grande di tutti, Elvis Presley.
In questi dieci anni Guido non è stato dimenticato.
Il Deltablues di Rovigo, dove spesso aveva suonato, gli ha dedicato un'edizione, e i suoi amici, da Chioggia a Treviso, in testa i musicisti del suo gruppo, «The Blues Society», che più che una band era un laboratorio musicale aperto, guidati dal pirotecnico batterista Max Iannantuono, gli hanno intitolato delle pregevoli serate. Ora sarebbe bello e giusto che la sua città, Venezia, a cui era molto legato e di cui si sentiva orgoglioso, ma che non l'aveva mai preso in considerazione quand'era in vita, si ricordasse di lui nel decennale della scomparsa. Non servirebbe molto. E nemmeno molti soldi. Basterebbe una serata, un concerto, con i suoi amici musicisti di un tempo, la sera del 22 agosto, in un campo di Venezia o in una piazza di Mestre. Guido amava e viveva allo stesso modo sia la città d'acqua che quella di terra. Aveva amici dappertutto. Non servirebbe neanche un grande palco. Guido, così esuberante con le sue camicie a fiori, le giacche sfrangiate, gli stivaletti di pitone, e le sue incredibili vecchie macchinone, dalla Rolls alla Cadillac, che erano più le volte che si fermavano lasciandoti per strada, sul palco era sobrissimo. Casse, strumenti e luci ridotti al minimo, così voleva l'essenzialità del blues. Per esempio non sopportava i batteristi che si costruivano intorno un faraonico castello ingombro di tom e di piatti di ogni tipo e dimensione. Diceva che un tom e due piatti erano più che sufficienti. E provvedeva personalmente a sgomberare dal palco il superfluo.
Sarebbe davvero un gran bel gesto se il Comune dedicasse una serata al suo principe del blues, e facesse ascoltare ancora una volta la sua musica. In fondo è stato uno dei figli migliori di questa città. Un artista di talento e un uomo buono. Ci manca. Ci manca la sua musica e la sua sana follia. Ci mancano le sue telefonate nel cuore della notte: «Hai ancora il chiodo? E i pantaloni di pelle nera?». «Ma, Guido, sto dormendo...». «Alzati e vestiti. Ti passo a prendere con la Rolls».«Ma dove andiamo?». «Sorpresa!». Ci manca la sua chiamata per un'altra zingarata. Chissà che almeno si faccia del buon blues là dove se ne è andato.