12 giugno 2009 —
pagina 49
sezione: Spettacolo
Per gentile concessione dellautore, pubblichiamo un brano de La Sindrome di Arcore
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A valutarlo in unottica retrospettiva, quello fu di fatto un primo test del potere mediatico che Berlusconi aveva conquistato attraverso lassalto alletere, in pieno Far West delle antenne, accaparrandosi le televisioni che gruppi editoriali più titolati, come Mondadori o Rusconi, non erano riusciti a gestire con profitto. Ma fu anche la prova generale di un potere più grande, populista e demagogico, che il Cavaliere avrebbe speso in seguito sul terreno politico ed elettorale. La prima ondata di telefonate investì le sedi dei giornali di Roma e Torino: migliaia di teledipendenti, le massaie vedove di Gei Ar e i ragazzini orfani dei Puffi, protestavano (...) I centralinisti non trovarono di meglio che dirottarla sulla sede di Canale 5, a Milano, su cui si scaricò una seconda valanga di contumelie. A quel punto, in un crescendo insurrezionale, le televisioni di Berlusconi misero in onda un nuovo cartello, per sollecitare il pubblico a telefonare direttamente alla presidenza del Consiglio e ai malcapitati pretori, fornendone i numeri riservati completi di prefisso: a Torino, dopo 24 ore di insulti e improperi, il dottor Casalbore fu costretto perciò a chiedere ai dirigenti della pretura di cambiare linterno del suo ufficio.
Anche la Rai, sospettata di aver favorito loscuramento delle reti del Biscione per ragioni di concorrenza, fu presa di mira dai telespettatori. Tanto che in serata il presidente, Sergio Zavoli, si vide costretto a rilasciare una dichiarazione alle agenzie di stampa che risultò - al di là delle sue stesse intenzioni - un attestato di solidarietà nei confronti della Fininvest. «Questa protesta generale - commentò Guglielmo Zucconi, che aveva vissuto quelle ore infuocate negli studi di Canale 5, la rete di cui dirigeva i programmi giornalistici - ha trasformato quella che inizialmente poteva sembrare una sconfitta in una vera e propria vittoria» (...)
Secondo una tattica che in seguito verrà replicata in maniera ancora più spregiudicata contro i referendum sulle interruzioni pubblicitarie nei film o perfino sulla riforma del sistema elettorale, Sua Emittenza mobilitò le proprie reti, con tutta la loro variopinta compagnia di «nani e ballerine», per raccogliere e amplificare la protesta del pubblico affamato di Dallas e assetato di Dynasty. Allindomani dellintervento dei pretori, lUnità pubblicò unintervista al magistrato di Torino in cui il dottor Casalbore cercava di chiarire la situazione: «Nulla vieta a queste televisioni di mandare in onda programmi prodotti localmente, ad esempio un dibattito sul pretore che fa i sequestri». Si rivelò un suggerimento prezioso. Detto e fatto.
La sera di quello stesso mercoledì, del tutto incurante della vistosa contraddizione, giacché dimostrava così che il black out non glielavevano imposto i giudici, Berlusconi riaccese Retequattro a Roma e affidò al Maurizio Costanzo Show il compito di soffiare sul fuoco della rivolta (...)
Limpatto della teleprotesta popolare fu tanto forte che, con qualche rara e tardiva eccezione, finì per coinvolgere anche i giornali, avallando la versione strumentale delloscuramento accreditata dal vittimismo della Fininvest. Sulla Repubblica del 17 ottobre, in calce a un servizio di cronaca firmato da Daniela Brancati, apparve nelle pagine interne un commento non firmato. Lincipit era di questo tenore: «Tre regioni italiane subiscono da ieri il black out totale delle televisioni private, imposto dalliniziativa del pretore. E presumibile che entro poche ore il provvedimento di sequestro delle videocassette e il divieto di utilizzare i ponti radio che collegano gli studi di registrazione con le stazioni emittenti si estenda a tutto il territorio nazionale, ripristinando in tal modo, per mano del magistrato, quel monopolio della Rai che era stato abolito da una sentenza della Corte costituzionale di molti anni fa, dai progressi della tecnologia e dallunanime domanda degli utenti». Lo stesso giornale denunciava quindi il fatto che dal 1976, anno in cui la sentenza della Corte costituzionale aveva superato il monopolio pubblico, il paese aspettava una riforma televisiva: «I pretori avranno certo qualche argomento giuridico formale cui appigliarsi; ma la classe politica non ha nessuna attenuante per linerzia e il disprezzo con il quale ha considerato una delle attività primarie duna società tecnologica avanzata».
Il giorno dopo, sulle pagine dellUnità, fu un Walter Veltroni in versione pre-buonista a sostenere candidamente: «Non ci si deve rallegrare che emittenti televisive vengano oscurate e non si può non ragionare sulle conseguenze che questo può avere sullo stato di aziende, piccole e grandi, e sulloccupazione. Ci sono poi anche le abitudini degli utenti, consolidate in anni di utenza televisiva, che non possono essere ignorate. Non è con il black out che si risolvono i problemi del mondo televisivo».