ARCHIVIO la Nuova Venezia dal 2003

Esplosione xenofoba di Gentilini

 VENEZIA. Doveva essere solo un saluto. Rischia di non parlare nemmeno, Giancarlo Gentilini, quando il diluvio fa saltare la scaletta. Invece il ritardo di Bossi la riapre. E dopo aver ricevuto l’investitura di Maroni («Accusano i sindaci sceriffo, per noi è vanto aver avuto il primo, Giancarlo Gentilini, l’esempio del buongoverno sulla sicurezza»), lo Sceriffo di Treviso si prende il palco, cavando un foglietto «pirotecnico». Proclami senza freni, né limiti, per declinare «il Vangelo secondo Gentilini», e «la rivoluzione in atto dello sceriffo».
 Contro nomadi e sfruttatori di bambini («A Treviso ho distrutto due campi, basta con i bimbi che vanno a derubare le anziane»), contro la stampa non allineata al Carroccio, prostitute, islamici e moschee, phone center e negozi etnici («Devo farli controllare dai vigili, gli stranieri pisciano nelle loro moschee»), veli e burqa. Ma anche contro giudici non veneti, perché «non c’è posto per romani e meridionali». E contro i sussidi agli anziani immigrati («Quei soldi vanno alle mamme che rinunciano al lavoro per stare vicino ai figli»), i rifiuti «foresti» e chi vuole aiutare Napoli, chi spinge invece per il voto agli immigrati.
 Nel Veneto Lega e Gentilini non ammettono aperture, spazi, confronti, distinguo. Disco rosso alla multietnicità, al di fuori della manodopera, alla globalizzazione, a luoghi di culto musulmani. Maroni profeta della tolleranza zero? Gentilini scavalca il ministro dell’Interno a destra: doppio zero. E la pancia del popolo leghista è sazia, ancora prima di andare a pranzo in ritardo per il prolungarsi della kermesse.
 Pronti e via. Le tentazioni di regime («Bisogna zittire radio, giornali e tivù che infangano la Lega, con turaccioli in bocca e nel c... »); gli sbarramenti xenofobi politici («Non voglio consiglieri comunali marroni, gialli, verdi e grigi»), le barriere culturali («Non c’è spazio per la civiltà del deserto, di chi insegna come correre dietro alla gazzella e a fuggire dai leoni»); gli anatemi religiosi («Né moschee né centri islamici, regalo loro i tappeti, ma vadano a pregare nel deserto»). Con tanto di avvertimenti a chi - «Le schegge impazzite del centrodestra» - è disposto ad aprire spiragli. Le prostitute? «Facciano pure, ma paghino le tasse». Veli e burqa? «Va premiato il custode che ha fermato la donna in burqa a Ca’ Rezzonico, magari le donne non devono mostrare l’ombelico, ma gli occhi e il volto sempre. Dietro un burqa può esserci un mitra e magari i coglioni fra le gambe... ».
 Il vecchio alpino che ama il tricolore rispunta alla fine - «Cambieremo la nostra Italia», rara avis in un mare di appelli alla Padania, ma prima del commiato anche lui diventa nordista: «Statemi vicino, popolo padano e leghista». Apoteosi. I 20 mila si infiammano. Gli slogan sono già divenuti tormentoni. E i leghisti padovani della sezione di Solesino, invece degli autografi gli chiedono di lasciare Treviso e di fare il sindaco («Anche solo per due anni, tanto Treviso è a posto, può lasciare che vadano avanti da soli») nella città del Santo. Lui sale sulle motonavi trevigiane, a prendersi l’ultima ovazione dai 500 venuti dalla Marca lungo il Sile. Dopo Bossi, la star è lui. (a.p.)

  • Articoli correlati - GIORNALI LOCALI GRUPPO ESPRESSO
  • la Gazzetta di Modena

    Senza Titolo

  • la Gazzetta di Modena

    Senza Titolo

  • la Gazzetta di Modena

    Senza Titolo

  • + Altri risultati