Cent'anni da leoni e di emozioni

SEGUE DALLA PRIMA
In queste sfide i tecnici in panchina erano Zanetti e Raschi. A un metro dal lato lungo del campo scorreva il Po, quindi a ogni uscita in fallo laterale il pallone andava nel fiume, già allora con brutte acque color cappuccino carico, e dei bambini su un barchino lo recuperavano con una rete. Gesto indispensabile, perché di pallone ce n'era uno solo. Michelotti era molto attento a far finire la gara in parità, all'occorrenza inventandosi un rigore a favore di quelli del calcio, ma l'ultima volta finì 5-4 per noi del RdM. Ci ho ripensato e m'è venuto in mente Silvio Smersy, un centravanti bislacco che, ogni stagione, cambiava maglia e che naturalmente è passato anche per Venezia. Il regista Castellani l'aveva scelto per fare da protagonista, con Lea Massari, del film «I sogni nel cassetto», ma Nereo Rocco lo dissuase dal preferire il set al campo. Smersy giocò anche a Trieste e aveva un sogno ricorrente. Battere un calcio d'angolo a Valmaura, in un pomeriggio di bora, e andare lui stesso a segnare di testa sul suo cross.
Un'altra sua idea era che non si dovessero calcolare, nella classifica dei marcatori, i gol segnati di testa. «Se si dice calciatore e non testatore una ragione ci sarà», diceva. Di giocatori strani ne sono passati molti, da Venezia, e penso che tutti siano ricordati nelle pagine che seguono.
Adesso preferisco parlare della maglia, che per me è bellissima, tra le più eleganti. Parlo di quella a righe nere e verdi, braghette nere, usata per un breve periodo, ma me la ricordo bene. Non di quella originaria, dai colori cittadini, piuttosto pomposetta e cardinalizia. Anche le righe orizzontali viste l'anno dopo di Recoba non erano male e rendevano l'idea di una squadra operaia, tutta sudore e corsa, di un calcio con spirito rugbistico che è poi il sano calcio di provincia. Ed è curioso che si parli di calcio di provincia, come fosse Empoli o Monza, per una squadra che rappresenta una delle città più famose nel mondo. Ma la realtà è questa, e la B probabilmente la dimensione più giusta.
Anche qui, però, si tratta di capirsi. Nei suoi alti e bassi, il Venezia non s'è negato nulla, dall'Olimpico di Roma al campo del Mira.
Una serie A con molti occhi al bilancio potrebbe forse permettersela. Chissà se è vero che il nero e il verde stanno a ricordare il colore delle gondole e quello della laguna. Se non è vero è ben pensato. A Vigevano dev'esserci un solo tifoso della Fiorentina ed è mio cugino Sergio. Da piccolo ha fatto la sua scelta: la maglia viola in Italia l'aveva solo la Fiorentina, ecco perché avrebbe tifato per la Fiorentina. Il neroverde (col tocco d'arancione d'arancione entrato dopo la fusione con la Mestrina) non è esclusiva del Venezia, in Italia, ma il verde resta comunque un colore poco usato. Per questo, quando tifavo, avevo il Venezia come seconda squadra, in alternativa la Spal. Raffin, Ardizzon, Bonafin, Barison, Milan (la bellezza dei cognomi tronchi, in tempo di omologazione) li ricordo bene, come Bartù, Bubacco e Manfredini e Bertogna. Quando a Giacinto Facchetti chiesero il nome dell'avversario che l'aveva messo maggiormente in difficoltà, lui rispose: Bertogna, del Venezia. E Paolo Maldini, alla stessa domanda: Pagano, del Pescara. E sì che di ali destre (scusate se uso una terminologia obsoleta) più celebrate i due ne avevano incontrate. Ma è doppiamente apprezzabile la loro onestà: ricordare e riconoscere che un piripicchio (in senso buono) di una squadra di provincia può mandare in crisi un campione. E questo è il bello del calcio, come il pallone che finisce in mare. E' un bello facoltativo. Per esempio, visto com'è fatta Venezia, andare allo stadio in vaporetto è un bello obbligatorio. O in barca, in motoscafo, in gondola. Tra l'altro, si evita il problema delle auto danneggiate nei parcheggi. Ma Venezia quanto a tifo è una città molto tranquilla, con una curva (forse l'unica del Nord Est) politicizzata a sinistra e attenta al sociale (Chiapas compreso), è questa è un'altra bella cosa. Meno bella che al posto della trattoria da Nane, dietro Campo San Bartolomeo, culla del neonato Venezia ci sia un locale cinese, ma così va il mondo. Consolante invece, in una città dove si ascoltano cento lingue diverse, che i cicheti siano rimasti cicheti. Non amuse-bouche o, peggio ancora, stuzzichini. Osteria è storia (lo dice l'anagramma). Se ci sei batti un folpo lo dico io, per divagare, ma se volete un anagramma di «neroverde», in una città dal magico realismo, eccolo: rende vero. Rende vero anche Recoba, inteso come giocatore di calcio: fatto non raro ma unico, da aggiungere alle unicità di Venezia. Un paio d'anni fa incrociai Massimo Moratti al solito ristorante dopo una partita in notturna (dicono che Milano è una metropoli, ma le scelte sono limitate) e mi disse cordialmente: tra lei e me ci sarà sempre un Recoba di mezzo. E io gli risposi: non solo tra lei e me, ma anche tra l'Inter e la vittoria. Morale, ognuno s'è tenuto la sua idea. Ma nel piccolo Venezia, non so se dipendesse tutto da Novellino, Recoba è stato un grande giocatore, generoso di sé, pronto a lottare come raramente in una carriera nella grande Inter. Ma in quel campionato in laguna Recoba era la perla finita, chissà come, in una vongola, era lo scampo in saòr. E non faceva il veneziano, termine molto usato negli oratori lombardi (anche lì un rigore ogni tre corner). Variante: ohé, venessia, pàsala chi. Variante colta: venezianeggiare. E' l'ultimo paradosso contemplato, in un vocabolario calcistico che non contiene milaneggiare, romeggiare, torineggiare.
Un doppio paradosso, perché il «veneziano» nel calcio rappresenta l'opposto della squadra operaia con spirito rugbistico, solida e solidale, priva di primedonne, compatta e consapevole nella sua non grandezza. Ultimamente ha preso a venezianeggiare perfino Gattuso, ma basta paradossi. Auguri al Venezia per i suoi cent'anni e una speranza, dopo che ho visto i piani per ristrutturare lo stadio. Per favore, che ci sia ancora e sempre, per un onesto pallone, la possibilità di finire in mare.
Gianni Mura