A Villa dei Vescovi un restauro distruttivo


Il 1º marzo scorso, con gran spolvero e previsto concorso di autorità, professionisti, bel mondo, giornalisti e siorète, il Fondo per l'Ambiente Italiano ha presentato a Villa dei Vescovi a Luvigliano le proprie intenzioni riguardo al gioiello architettonico entrato a far parte delle sue proprietà, in virtù della donazione della famiglia Olcese, avvenuta il 28 gennaio 2005. Due anni passati a pensare, progettare e raccogliere sponsor per un'operazione di alto valore culturale: far sì che «un bene particolare, originale, che una volta era privilegio di pochi sia invece da condividere con tanti». Ma come? Detto e (quasi) fatto: con un ristorante. Con un parcheggio. Con degli ascensori. Con delle suites, si suppone da affittare. Un progetto da quattro milioni di euro. Un progetto che, il giorno della presentazione, nessuno ha spiegato fin nei particolari. Il progettista, l'architetto Christian Campanella, non ha mai adoperato la parola ristorante, citando pudicamente degli «spazi di ristorazione». Gli ascensori altrettanto pudicamente sono diventati elevatori. In realtà Villa dei Vescovi avrà il piano terra trasformato in ristorante, verrà attraversata in verticale da due colonne per gli ascensori la cui sommità dovrebbe sventrare un solaio, subirà variazioni di distribuzione dei locali, e infine nel sottotetto diventerà un albergo, si suppone per pochi e non per tanti.
Tutto questo ha raffreddato, da più parti, l'applauso seguito al grande annuncio. Ora, con i dettagli del progetto che cominciano ad essere conosciuti, le preoccupazioni si fanno più pressanti. L'idea di fondo sembra più commerciale che culturale. Tra i più avveduti, già quel 1º di marzo, circolava una battuta: «Se l'avesse fatto un palazzinaro, tutti avrebbero gridato alla scandalo... Ma lo fa il Fai». Un malumore semiufficiale si è insinuato nel Comitato scientifico, ai cui sei membri non è stata fornita tutta e nei dettagli la documentazione del progetto. Sembra anche che alla direzione del Fai sia arrivata una lettera molto circostanziata, da un componente del Comitato scientifico, con precise denunce e le dimissioni in calce. Un piccolo terremoto interno per il quale ha già cominciato a funzionare quella regola che il Fai ripropone per il futuro di Villa dei Vescovi: il silenzio.
Ma vediamo i dettagli che tanto suscitano perplessità, per non dire di peggio. Innanzitutto: può Villa dei Vescovi ospitare un ristorante? Il palazzo fatto costruire da Alvise Corsaro ad architetti illustri (Giovanni Falconetto, Giulio Romano) è una testimonianza fondamentale. Segna il passaggio al Rinascimento maturo, si propone come archetipo della «villa veneta», anello di congiunzione tra le architetture decentrate precedenti e il modello che Palladio svilupperà in modo mirabile. Villa dei Vescovi è un unicum, in quanto documento architettonico, arrivato a noi, pur con numerosi rimaneggiamenti antichi, pressoché intatto. E' come la Rotonda, se si volesse fare un paragone. Chi ospiterebbe un ristorante alla Rotonda? Forse il Fai.
Quello che stupisce e che fa intravvedere una precisa logica di sfruttamento è che il ristorante sia previsto al piano terra della Villa. Non nelle barchesse. Non nei rustici, dove pure gli «spazi per la ristorazione» esisterebbero. Com'è facilmente immaginabile, l'intervento rischia di snaturare gli interni così come sono arrivati sino a noi. E che il progetto non sia soft come proclama l'architetto Campanella lo si desume dai cambiamenti: pareti spostate, tramezzi in più, pavimenti bucati, gli imperdonabili ascensori, il sottotetto destinato ad una funzione abitativa che nemmeno i vescovi padovani avevano immaginato. Solo per le suites, sono previsti quattro bagni, giusto in corrispondenza dei quattro angoli dell'edificio. E' prevista l'apertura di varie porte: un diverso ingresso per la scala interna, un'altra per l'accesso all'ascensore, un'altra ancora per l'accesso all'abitazione del custode. Si contempla addirittura la demolizione di una porzione della volta e del sovrastante pavimento a terrazza veneziana del piano nobile, in corrispondenza dell'ascensore e della seconda rampa della scala adiacente (che ora non c'è). Si chiuderanno anche varie finestre interne. Insomma demolizioni, rifacimenti, aggiunte e invenzioni. Cosa resterà dell'originalità della Villa?
Stupisce la disinvoltura, ancor prima dei dettagli progettuali, con cui i vertici del Fai hanno deciso la «destinazione d'uso». Mai prima d'ora, nei numerosi beni di cui è diventato propietario, il Fai aveva pensato di installare una specie di azienda agrituristica d'alto profilo. Non nel Castello di Avio, non all'Abbazia di san Fruttuoso. Ma a Luvigliano sì, scegliendo un edificio di conclamata importanza e un luogo di non semplice gestione turistica. E se la finalità è quella di rendere Villa dei Vescovi mèta di «un elevato bacino di utenza», altrettanto trasparente appare il fine, più che culturale, banalmente commerciale.
Ma la visione propagandata dal Fai è di tutt'altro genere. Ecco come Marco Magnifico, direttore generale culturale del Fai, descrive la futura fruizione della Villa: «Ogni casa importante ha una sua precisa vocazione: quella di Villa dei Vescovi è meditare, operosamente oziando. Apprestandosi, dunque, al restauro di un monumento con una forte personalità, la prima cosa da capire - per rispettarla - è proprio la vocazione originaria. Ancora prima della storia architettonica e artistica. Ed ecco dunque che, a restauri ultimati i visitatori di Villa dei Vescovi, dopo aver deambulato attorno alla stupefacente geometria della fabbrica, dopo averne percorso le ampie terrazze e visitato i simmetrici interni con i paesaggi idealizzati dal Sustris, saranno invitati - beati loro - ad accomodarsi su accoglienti divani di midollino o su rustiche panche sotto le logge o sulle terrazze con il tiepido sole invernale o nella rovente ombra estiva per meditare, leggere o scrivere rimirando lo spettacolo del paesaggio inquadrato dagli archi del Falconetto. Potranno fermarsi in quella ventilata quiete un'oretta, tutto il pomeriggio o, meglio ancora, tutto il giorno; se mancherà loro la lettura il piccolo bookshop della Villa offrirà loro una scelta oculata; se il languore si farà sentire qualche semplice pietanza veneta o anche solo un the con i biscotti gustato al piano terreno della Villa ridaranno loro le forze per continuare nel riposo del corpo e nell'esercizio della mente. Villa dei Vescovi continuerà ad essere un "pensatoio"; per tutti coloro che ancora hanno voglia di pensare». L'invito evidentemente è stato raccolto: solo che i primi pensieri sono stati fatti sul progetto, e non oziando davanti davanti ad un succulento piatto veneto. Sarà forse perchè qualche goccia non turbi le ozianti passeggiate degli ospiti che ai quattro angoli della Villa sono state previste delle visibilissime grondaie, che sostituiscono i doccioni cinquecenteschi...
Insomma, l'arcadia e l'idillio alla portata di migliaia di persone fanno sì che l'intervento piuttosto che di restauro sia di rifacimento. I lavori stanno per cominciare. C'è poco tempo per raddrizzare le cose.

Paolo Coltro