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Quattro accusati per il raid al campo nomadi di Brescia

 MESTRE. Pestaggi e torture con sparatoria finale contro i carabinieri nel tentativo di recuperare alcuni miliardi di lire frutto di una truffa per cui avrebbero ricevuto una sostanziosa percentuale. E’ il cosiddetto raid di Brescia, contro un campo di zingari dell’est Europa del 25 gennaio 1992 tra Arcene e Stezzano, compiuto dalla della mafia del Brenta, guidata da Felice Maniero, che operò tra gli anni ’80 e la metà dei ’90. L’episodio è uno dei tanti entrati nel procedimento «Rialto», ultima tappa della vicenda giudiziaria della mafia del Brenta, ed è stato affrontato ieri nell’aula bunker di Mestre del Tribunale di Venezia. Per questa vicenda gli imputati sono Paolo Pattarello, Gilberto Boatto e Giorgio Manfrin mentre altri quattro, tra cui lo stesso Felice Maniero, sono usciti dal procedimento con altro rito. Un altro membro del commando, Stefano Galletto, è già stato giudicato a Brescia dopo che era stato arrestato poco dopo i fatti perchè rimasto ferito al volto nel corso del conflitto a fuoco. Maniero e soci - secondo l’accusa sostenuta dal pm Paola Mossa davanti al collegio presieduto da Angelo Risi - sarebbero stati ingaggiati per recuperare dei soldi truffati da alcuni nomadi a potenti dell’allora Jugoslavia. Per fare ciò gli imputati avrebbero fatto irruzione nella casa di un rom, Franco Nicolini, e dopo averlo pestato, aver torturato la moglie con sigarette spente sul seno e minacciato di morte i nipotini, si sono fatti condurre nel campo nomadi di Stezzano nel tentativo di trovare i presunti autori della truffa, Dindo e Luca Hudorovich e un loro amico, Ratco Dragutinovich. Un’operazione fallita per l’intervento dei carabinieri che aveva portato ad un sparatoria, prima che Maniero e suoi riuscissero a darsi alla fuga. Nel corso del raid i malviventi razziarono gioielli in oro e orologi Rolex e Cartier.