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PADOVA. Quando eravamo il sud del nord.
Il Veneto di oggi, quello dei primati, viene da una miseria senza aggettivi. Nel momento in cui entra a far parte del Regno d'Italia, la sua desolazione è fotografata nel più esemplare dei modi dalla voluminosa inchiesta condotta per conto del Senato da Stefano Jacini. Carestie, soppressione di demani, inondazioni, bonifiche che distruggono le fonti di sostentamento addizionale dei pescatori e dei «cannaroli», dazi granari che congelano l'economia piccolo-proprietaria della pianura alta e della fascia pedemontana, fiscalità esasperata, sono tutti fenomeni che penalizzano le famiglie della montagna come i mezzadri della pianura e i braccianti del basso Adriatico. Il vaiolo scoppia qua e là all'improvviso, seminando il panico nei villaggi; alla regione spetta il triste primato della più alta incidenza della pazzia e delle morti per pellagra.
Non è casuale il fatto che il primo pellagrosario italiano sorga in quegli anni proprio in Veneto, a Mogliano: un'indagine commissionata dal sindaco Costante Gris rivela che su 6.362 abitanti i pellagrosi sono 541, e che nell'arco di soli quattro anni, tra il 1879 e il 1883, 51 pazzi pellagrosi sono stati ricoverati in manicomio. Agli inizi del Novecento, la struttura di Mogliano ha già curato oltre cinquemila pazienti di tutta la regione. Al momento del suo ingresso nel Regno, il Veneto è tra le aree a più alta densità di popolazione, con 2 milioni 300 mila abitanti che a fine secolo arrivano a 3 milioni e mezzo; il quoziente delle nascite è quattro punti al di sopra della media nazionale. Soprattutto nelle campagne la miseria si taglia a fette; per rendersene conto basta leggere poche righe degli Annali di Agricoltura del 1886: «V'è la necessità, per pagare l'affitto, di allevare il suino, il vitello o alquanta polleria, e di tenere questi animali in cucina, per mancanza di altro luogo». A tavola compare il granturco, ed è piatto unico; fagioli, pesce fresco o salato, riso, appaiono raramente e in quantità esigue; la carne è un lusso, la si mangia si e no due volte al mese. Rarissimo il vino: si beve acqua, «e le più volte di fossa putrida e limacciosa», segnala un rapporto del Consiglio provinciale di Verona. Non va meglio nelle città, dove dall'inizio degli anni Ottanta stanno arrivando masse crescenti di contadini, spinte anche dai devastanti allagamenti del 1882. Il degrado urbano diventa rapidamente vistoso: scorie e rifiuti si accumulano dovunque, e quando piove i sistemi di scolo ancora molto primitivi creano un immondo pantano per le strade. Nelle fognature urbane si riversa un sovraccarico di liquami che dà il colpo di grazia a strutture fatiscenti, il più delle volte realizzate senza alcun rispetto della normativa. Un rapporto sanitario padovano dell'epoca segnala che la febbre tifoide ha una recrudescenza ad ogni pioggia copiosa, «la quale lavando le terre e i letamai e trasportando nei corsi d'acqua i germi delle feci degli animali e dell'uomo, può certo aver contribuito a una maggior diffusione della malattia». Le condizioni della stragrande maggioranza delle case sono disastrose. In occasione dell'epidemia di colera del 1886, la giunta municipale di Venezia mette a punto una relazione in cui si denuncia che «il maggior numero dei casi diedero quelle località nelle quali molte sono le abitazioni al piano terreno, che non possono che essere umide, poco aerate e poco o nulla rallegrate dal sole. Aggiungasi che in parecchie di queste stanze di per sé malsane, il pavimento costituisce il tetto della fogna».
Molte case sono dei monolocali dove si cucina, si mangia, si dorme su un unico letto che ospita fino a cinque persone, con una semplice apertura sul pavimento che serve per lo scarico di escrementi e rifiuti. A cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, su questo Veneto depresso si abbatte una crisi nazionale che innesca la tragedia dell'emigrazione di massa: nel decennio tra il 1887 e il 1897, lasciano il Veneto secondo le statistiche ufficiali 1.050.924 persone, di cui 288.853 dirette in Brasile e 52.484 in Argentina. Un rapporto prefettizio dell'epoca indica la causa prima di questo esodo che toglie alla regione oltre un terzo dei suoi abitanti: «Mancati raccolti causano la deficienza dei lavori, per cui moltissimi braccianti nonché diversi piccoli fittavoli si allontanano dalla loro patria, attratti da lontani miraggi ed eldoradi, che per loro tarderanno forse a realizzarsi».
Il tasso medio annuo di emigrazione, che a livello nazionale è del 3,77 per mille, in Veneto sale all'8.14. Ma anche in queste miserande condizioni, c'è la forza per reagire e per porre le basi del grande balzo dei decenni successivi.
Imprenditori come Alessandro Rossi, Gaetano Marzotto, Paolo Camerini, imprimono all'economia una svolta decisiva, e al tempo stesso si preoccupano delle condizioni degli operai, realizzando per loro case popolari, asili, mense sociali, un sistema integrato di welfare che consentirà a molti di crescere professionalmente ma anche nelle condizioni di vita, e di tentare la strada di mettersi in proprio per diventare a loro volta imprenditori. Quando entra in scena il XX secolo, nel piccolo, il Nordest dei miracoli ha già messo tutte le sue radici.

Francesco Jori