Pensare con i piedi, segreto per vincere


MESTRE.Si può crescere a pane e calcio, e realizzarsi nel lavoro e nella vita. Detta così, sembra un azzardo, oltrettutto i modelli che sotto gli attuali chiari di luna il calcio sta proponendo sono tutt'altro che lezioni di vita. Ma se in questa jungla esistono ancora persone a posto, persone che sanno fare una classifica di valori, che sanno trovare una realtà oltre i novanta minuti di una sfida, ecco, il Venezia ne ha chiamata una al suo capezzale. «Di Costanzo chi?» si sono chiesti in parecchi all'inizio di ottobre, quando la squadra - travolta in estate da un uragano di devastanti vicende extracalcistiche - una volta tornata in campo si è ritrovata ad essere presa a sberloni da avversari di medio lignaggio storico e tecnico, ed ha chiamato questo tecnico roman-napoletano per chiedergli la resurrezione. Eccolo, dunque, Nello Di Costanzo. Del quale oggi il popolo arancioneroverde sa un po' di cose ed è pronto ad eleggerlo idolo quasi a scatola chiusa. Chi è, cosa fa, come la pensa, cosa gli piace, sono domande che ti fai quando una persona non ti è indifferente. Per i tifosi è il quarto asso, quello che concretizza il poker delle promozioni. Per cui gli altri tre sono Zaccheroni, Novellino e Prandelli.
Di Costanzo, si diceva. Nello. O Cuono, nei documenti. Quale dei due?
«Nello per tutti, ma in realtà nel contratto devo firmare Cuono. Nome insolito? Mio padre è di Acerra, e ad Acerra si chiamano tutti Cuono, santo patrono della città. Agli esami per la patente ho presentato una richiesta con il doppio nome e per questo mi hanno respinto. Da quel giorno, per la burocrazia sono Cuono, per il resto del mondo Nello».
Pane e calcio in famiglia.
«Mio padre è il più grande dei miei tifosi. Oggi ha ottanta anni, voglio farlo venire ad una partita a Venezia, ma non è facile. Da giovane ha giocato, mi racconta sempre di una partita amichevole contro il Grande Torino, nella quale fece il primo tempo con l'Acerrana e il secondo "prestato" al Grande Torino. Da quel giorno l'Acerrana gioca con la maglia granata. Mio fratello è stato un buon giocatore anche lui, oggi lavora a Roma con grande impegno nel campo sociale e, pensate, fa l'allenatore di una squadra di nomadi».
Ma non sempre i figli percorrono il sentiero del padre.
«Infatti. Io ne ho due, Davide ha 17 anni, Andrea ne ha 13, non ho voluto sradicarli, del resto anche mia moglie, Daniela, lavora, per cui tutta la famiglia è rimasta giù. Io alla loro età ero pazzo di calcio, loro se ne disinteressano. Credo ci sia una spiegazione psicologica, il mio lavoro-passione ha sottratto del tempo a loro, alla loro crescita e da qui nasce una istintiva reazione. E poi quando in casa c'è un mestiere atipico come il mio - con la componente sportiva, ma altrove può essere una componente artistica, ad esempio - i figli o lo amano, questo mestiere, in una sorta di continuazione del percorso del padre, o lo odiano».
Romano d'origine napoletana, con infanzia lombarda e rientro a Napoli. Facciamo ordine.
«Cittadino del mondo, cittadino italiano, come volete. Le tappe? Nato a Roma, da uno a sette anni a Roma, da sette a quindici a Milano (e qui tanto calcio prima all'oratorio e poi nelle giovanili del Milan). A sedici anni sono andato ad abitare a Napoli da solo, per giocare nelle giovanili del club di Ferlaino. Esperienza di vita immensa, mi ha fatto diventare uomo. Problemi d'ambientamento comunque uguale a zero. Credo di avere una dote, la capacità di entrare in sintonia con l'ambiente che mi circonda. Mi spiego: sono qui da neanche tre mesi ma sto scoprendo una città, anzi due, che hanno tutti i requisiti per piacermi, per essere apprezzate, per far stare bene come a casa propria».
Una mazzata allo stereotipo del napoletano pizza-mandolino che si intristice per la nebbia della laguna. Parliamo di Venezia e di Mestre.
«Sto scoprendole, e voglio farlo poco alla volta. Ora abito a Campalto, mi è utile per la vicinanza con campo d'allenamento e aeroporto, ma quel po' di tempo libero lo dedico a vivere questo nuovo ambiente. Camminare per Venezia mi fa sentire veneziano, nel senso che l'istinto mi porta a cercare certe calli, certi campielli, certi angoli vuoti nei quali si realizza l'identità veneziana. Una identità che non sta certo in piazza San Marco, dove in maggioranza ci sono giapponesi e cinesi. La Venezia vera non è quella del circuito turistico. Mestre? Prima di conoscerla, chissà perchè, l'ho sempre identificata con una facciata industriale, forse confondendola con Marghera. In realtà è una città dotata di spazi, con la piazza Ferretto che è un cuore pulsante, negozietti che sanno darti intimità. Una città dove a mio parere la qualità della vita ha una media più che buona».
Una realtà nella quale Nello Cuono Di Costanzo forse, o forse no, è capitato per caso.
«Chiusa a giugno l'esperienza a Castellamare (Juve Stabia), non ho avuto fretta di trovar squadra e le proposte non sono mancate. Il sì al Venezia ha una storia lampo. Primo lunedì d'ottobre, dopopranzo in divano. Mi arriva una telefonata, mi dicono di essere in serata a Venezia e di muoversi perchè da Capodichino c'è un aereo alle 17,30. Decollo, atterraggio, macchina e vaporetto, tutto sotto un diluvio, ricordo che venne a prendermi la moglie del presidente, una signora di modi gentili e grande buon senso. A Rialto mi aspettava l'intera famiglia Marinese, ci siamo trovati immediatamente nella stessa lunghezza d'onda. Ero andato a Venezia senza valigia, per un colloquio...».
E ha trovato una squadra in difficoltà.
«Il mio predecessore, Andrea Manzo, aveva fatto un buon lavoro, credetemi, non è frase di circostanza. Ho trovato però una squadra con qualche limite caratteriale, bisognosa di autostima. E inizialmente ho lavorato in questa direzione. La gente probabilmente individua il cambiamento nel diverso utilizzo di certi giocatori (Moro e Pradolin, ndr) ma l'opera principale è stata proprio quella di ricompattare. I buoni risultati ottenuti subito ci hanno aiutato».
Se il lavoro-calcio è passione-adrenalina, dove trova relax il tecnico del Venezia a bocce ferme?
«Il tempo libero non è molto, quando non c'è allenamento sono impegnato a studiare e aggiornarmi, oltrettutto ho anche il corso di Coverciano. Da giovane andavo tanto al cinema, film d'autore. Oggi mi piace leggere, è un sistema rilassante per imparare altre cose. Leggo un po' di tutto e mi piace anche questo genere in crescita della letteratura sportiva. Osvaldo Soriano (l'autore di «Pensare con i piedi») è immenso, ma ci sono tanti scrittori sportivi bravi. Il libro di Pastorin su Garrincha è stupendo. Pastorin l'ho incontrato un giorno ad una presentazione, mi ha scritto la dedica "al futuro allenatore della Juve...". Ho letto anche i libri di Ezio Vendrame, offrono molti spunti di riflessione».
Ma Cuono Nello ha mai avuto un idolo?
«Domanda inutile, ad un core napoletano. Vado oltre: quando giocavo in serie C il Napoli girava spesso nella zona per le amichevoli del giovedì. Io, Diego l'ho toccato, abbracciato, gli ho giocato davanti, gli ho stretto la mano. E penso a quanti vorrebbero essere stati al mio posto. Maradona è stato il più grande di tutti e nessuno sarà più grande di lui. Coraggio, altruismo, fantasia, come canta De Gregori, fanno il grande giocatore. Lui ha tutto e di più. Molti dicono: grande giocatore, piccolo uomo. E' una banalità colossale, detta da chi non lo ha conosciuto di persona».
Attualità: razzismo e saluti romani.
«Per carità, che tristezze, non meritano spazio. Piuttosto parliamo di antirazzismo: di quello striscione dei nostri tifosi contro chi ha deciso i cinque minuti di protesta dopo il caso Zoro. "Voi antirazzisti per cinque minuti, noi da tutta la vita". A proposito di valori, la nostra tifoseria ne ha, non parla solo di gol, ma anche di solidarietà, cooperazione, iniziative positive. Ideali nei quali mi riconosco».
Anche perchè Di Costanzo è stato allenatore di strada.
«Avevo 21 anni, ho fatto l'allenatore di ragazzi di strada, a Napoli, una esperienza di aggregazione importante per me e per loro. E mi è servita anche per la tesi quando mi sono laureato in scienze motorie, un lavoro che spiega come il calcio può aiutare la crescita sotto molteplici punti di vista. All'inizio un gioco, poi una strada per lo sviluppo psico motorio e per altri traguardi fisici e sociali. Il giocare come esercizio per la propria intelligenza».
Fine della trasmissione. Il patto era di non parlare di Venezia-Jesolo che si gioca oggi. Ci siamo riusciti.

Carlo Cruccu