San Michele boccia l'addio al Veneto


di Gian Piero del Gallo
SAN MICHELE. Beffati da 603 voti mancanti. I promotori del referendum per il passaggio del comune di San Michele al Friuli hanno perso una battaglia storica. Esultano gli albergatori di Bibione, da sempre contrari al distacco da Venezia. «Mejo un giorno col Leon che cento con Pordenon», è stato lo slogan coniato per l'occasione dal comitato contro la separazione dal Veneto. E mai come in questa occasione il leone di San Marco - con spada o con libro - è apparso sorridente.
E' stato un risultato inatteso, che ha sorpreso entrambi i fronti. Gli elettori sono andati a votare in 6.353, quindi il quorum per la validità del referendum era stato raggiunto. Ma in questo tipo di consultazione il «sì», per vincere, deve ottenere il voto della metà più uno fra tutti gli aventi diritto al voto, non solo fra i votanti effettivi. Così, su una base di partenza di 10.892 elettori, il «sì» poteva spuntarla solo ottenendo almeno 5.447 voti, ossia 603 in più di quelli effettivamente conquistati.
E' stata una campagna referendaria senza esclusione di colpi: lo stesso presidente della regione Friuli-Venezia Giulia, Riccardo Illy, aveva «sconfinato» a San Michele dichiarando, in un incontro con la cittadinanza: «Fratelli friulani, beati gli ultimi perchè saranno i primi nella ripartizione finanziaria». Ma evidentemente i sanmichelini non gli hanno creduto. Un furlan che regala schei non lo avevano ancora conosciuto.
Qualche giorno dopo il presidente della regione Veneto, Giancarlo Galan, lo aveva invitato a starsene a casa sua: «Non venire a furegare lungo il Tagliamento», aveva detto.
Esultano per il successo soprattutto gli albergatori di Bibione, forti di una spiaggia lunga otto chilometri, considerata la seconda in Italia (insieme a Jesolo e Cavallino) quanto a presenze turistiche: 6 milioni negli anni buoni. E con i suoi 70 mila posti letto Bibione costituiva, per i friulani, la vera «preda» di questa campagna referendaria: portarla via al Veneto avrebbe significato infliggere un duro colpo alla nostra economia regionale e provinciale e arricchire la regione autonoma di una nuova perla, da affiancare a Lignano.
Per il «Comitato del sì» è stata una sconfitta storica, dopo venticinque anni di battaglie condotte attraverso il «Movimento dai monti al mare». E in tutto questo tempo, ad ogni tornata elettorale, la «questione friulana» aveva costituito il cavallo di battaglia degli schieramenti politici. Quattordici anni fa, nel lontano 24 marzo 1991, un referendum informale a carattere conoscitivo, promosso da un comitato di privati, aveva dato risultati ben diversi: avevano «votato» in 7.332 (pari al 73,8 per cento degli iscritti alle liste elettorali) e il sì aveva ottenuto l'86,79 per cento dei voti. Ma quattordici anni non sono passati invano.
Il vero sconfitto è il sindaco Sergio Bornancin che in cuor suo aveva più volte accarezzato il sogno «furlan», come d'altronde buona parte dei cittadini di una certa età. La stessa giunta proprio sul referendum si era spaccata.
La sorpresa è arrivata dai giovani, quelli che studiano a Udine o a Venezia e che non si sono mai posti il dilemma Friuli o Veneto. «Credo sia giusto che noi giovani si guardi al futuro in Europa con lo studio dell'inglese più che del friulano o del veneto - spiegava ieri Maria Franzin, studentessa a Trieste - le tradizioni, che peraltro non conosciamo ma di cui molti parlano, è giusto rimangano come fattore di conoscenza, non come ragione di vita».