TREVISO. Inutile cercarlo, in campo. Dopo una carriera straordinarila forse irripetibile, Carlo Checchinato ha detto basta. Lascia, appende la scarpe al chiodo. Dopo 28 anni di rugby, 15 stagioni di serie A e di Nazionale, anni di Dogi e di coppe europee, di scudetti (7, 1 a Rovigo gli altri 6 a Treviso in nove stagioni di Benetton) e di record azzurri (nei caps è secondo solo dietro Troncon, ma ha 4 Coppe del Mondo disputate, primato che divide con altri 10 giocatori al mondo, e il record assoluto mondiale di mete per un avanti). Dopo aver vissuto la fase tardo-amatoriale del rugby veneto, la svolta pro, lesplosione e il sei Nazioni, persino aver segnato una nuova saga veneta, con il passaggio da Rovigo a Treviso. Sempre protagonista. In seconda o in 3ª linea, dentro e fuori lo spogliatoio.
Non deveesser stato facile, Checchinato.
«No. Ma è stata una scelta serena. Anzi, serenissima. E alla fine ne ho parlato con i dirigenti del Benetton».
28 anni di rugby su 34 di vita è una percentuale con poche eguali.
«Eh, quando si ha il papà rugbista: ma ho cominciato davvero a 6 anni, ci sono le prove»
Cosa si è detto, per convincersi?
«Ma no, era una scelta che meditavo da tempo. Alla fine, è venuta fuori solo una frase: E finita, davvero, dopo tanti anni. E mi sono detto ancora che si volta pagina. E anche la vita, no?»
Il contratto con il Benetton era eventualmente da rinnovare, ma le offerte, anche da altri club di prima e seconda serie, non mancavano. Magari per fare da «chioccia» in campo a tanti giovani.
«E vero. Ma avevo fissato prima un traguardo, la quarta coppa del mondo nel 2003, poi volevo giocare lultimo Sei Nazioni. Ci sono riuscito, con grande fatica. A 34 anni, ho cominciato a pensare anche al futuro: volevo finire in bellezza, con lo scudetto, ma giocando. E arrivato, il sesto in nove anni di biancoverde, un risultato eccezionale. Ma la sfortuna si è accanita, ancora, mi sono infortunato e non sono più rientrato. E credetemi, lo scudetto non è proprio lo stesso, in campo o in tribuna. Ci ho pensato parecchio, alla fine mi sono detto che era meglio chiudere, anche se forse avrei potuto dare ancora qualcosa, per un anno o due».
Sono un po una costante, gli infortuni, nella sua carriera. Forse le hanno prolungato la vita agonistica ad alti livelli, ma certo le hanno tolto anche soddisfazioni.
«Lultimo guaio alla caviglia mi è parso lo specchio di tutti i malanni. Non cè solo il piano fisico, cè quello mentale e nervoso: tu resti fuori, la squadra fa a meno di te, magari non riesci a rientrare subito, i tempi si allungano. E terribile, devi gestire la frustrazione, perché é un continuo ripartire e fermarsi. E quando ti senti un po bersagliato, perchè magari linfortunio arriva prima di partite importanti, o subito ad inizio stagione...»
Lei però ne è sempre venuto fuori alla grande.
«Non ho mai mollato, e forse questo è il mio grande segreto. Di questo sono orgoglioso. Onestamente, senza false modestie, mi sono sempre reputato un buon giocatore, più che un campione. Ma il carattere, questa tenacia, mi ha permesso di cogliere tanti traguardi».
Un bilancio...a caldo?
«Ho avuto la fortuna di vivere monenti eccezionali. E quello che ho vissuto, le emozioni e i successi, i trionfi e anche le delusioni, non spariranno mai, restano nel cuore prima ancora che nella testa. Gli scudetti giovanili e i mondiali, il club e la nazionale, lo scudetto di Rovigo e i sei di Treviso. I compagni, gli allenatori, i dirigenti. Tutti».
Il ricordo più bello?
«Lultimo mondiale, per come è arrivato. Non ci speravo più, ero in una situazione difficile. Ho avuto la fortuna di prendere lultimo treno, ad Asti. Ma anche lì non mi sono mai arreso.».
E quello più brutto?
«La morte di Franecsato. Quando penso a Ivan, mi vengono ancora le lacrime».
Come lhanno presa moglie e figlioletto?
«Marta sa quanto ci tenga, da un lato è stata contenta, dallaltro credo sappia come possa vivere io questo momento. In ogni caso, adesso avrò più tempo per loro».
Paradossalmente, riparte dallazzurro, come assistent del manager Bollesan, non da Treviso. O da Rovigo.
«Credo di non potermi più slegare da questa città. Nove anni non sono pochi, e sono stati meravigliosi. Al di là degli scudetti e del campo. Parlo del piano umano: ho scelto di vivere qui, i mei amici ora sono qui. Mi piacerebbe, domani, tornare a lavorare in questa società. E un auspicio. E Treviso più che mai ora può elevare ulteriormente i suoi obiettivi, non accontentarsi mai, anche se negli ultimi anni ha dominato in campo italiano. Ci sono mezzi e risorse per fare bene anche in Europa».
Cosa si augura, da questa nuova esperienza?
«Di poter trasmettere ai giovani i valori di questo sport, perché possano vivere anche loro momenti forti. Per me sono stati 28 anni intensi e bellissimi, la mia vita».