Attraverso le mani e la passione di Licia i mobili possono avere una seconda vita

come una favolaMonika Pascolo / tolmezzoIn bottega è praticamente nata. Fin da quando ha memoria ricorda di essere stata al fianco di papà Delfino, per tutti "Fino", classe 1910, originario di Fielis di Zuglio, morto nel 2002. «All'inizio per me era un gioco, poi è diventata la mia professione». E considerando tutte le ore che passa al lavoro, il laboratorio - dal 1979 trasferito dal centro di Tolmezzo alla zona artigianale -, è ormai quasi casa sua. Licia Cimenti, tolmezzina, classe 1952, è la seconda generazione di "Re dai carùi", l'attività avviata da "Fino" nella prima metà degli anni Cinquanta. Il nome lo ha scelto lei circa 20 anni fa, riprendendo il nomignolo con il quale gli amici chiamavano suo padre. Lui, appena poco più che bambino, ha iniziato a lavorare in falegnameria. Il mestiere lo ha "rubato" al falegname del paese, "il vecchio Maieron". Che in via del tutto eccezionale gli aveva concesso di osservarlo mentre lavorava tra assi e seghe. «Allora nessuno poteva permettersi di perdere tempo a insegnare - spiega Licia -; così papà per mesi gli è stato accanto silenziosamente». Poi, la grande capacità manuale di Fino ha fatto il resto. Erano gli anni '30 quando è partito alla volta di Venezia. Allora c'erano da realizzare le finestre gotiche in legno per i prestigiosi palazzi della cittadina.In laguna, racconta la figlia, è stato facile per lui iniziare a respirare quell'aria che pian piano lo ha fatto entrare in contatto con il mondo dell'antiquariato. Dopo una parentesi lavorativa anche a Milano, l'amore per la sua terra ha avuto il sopravvento. «È rientrato in Carnia in anni nei quali si cominciava a comprendere che l'antiquariato non era semplicemente sinonimo di roba vecchia di cui disfarsi». Forte dell'esperienza acquisita fuori regione, si è buttato a capofitto nel progetto a cui pensava da mesi: restaurare mobili antichi. «Lo faceva per privati e pure per antiquari che arrivavano a Tolmezzo da fuori regione».Successivamente ha iniziato a collaborare con il Museo Carnico delle Arti Popolari, diventando a tutti gli effetti il braccio destro del senatore Michele Gortani. Che alle mani di "Fino" affidò prima l'intero mobilio privato, poi tutto il materiale frutto del paziente lavoro di ricerca e raccolta svolto nel territorio della Carnia, a partire dall'anno 1920. «Per un paio d'anni la bottega di mio padre fu trasferita proprio all'interno del museo, facilitando così un confronto costante tra lui e Gortani». Oggi quella collaborazione - da allora mai più interrotta -, continua grazie a Licia che, tra un paio d'anni, raggiungerà il traguardo dei 50 anni di attività. «Ufficialmente ho iniziato come collaboratrice di papà, non appena maggiorenne. Tanta è stata la passione trasmessami che già da bambina avevo ben chiaro quale sarebbe stato il mio mestiere».La pratica l'ha imparata sul campo, a fianco di "Fino". Per approfondire le tecniche tramandate dal padre, nel frattempo, ha partecipato a numerosi corsi di specializzazione, fiere e convegni.Dal 1979 l'azienda è passata a lei e socio è stato pure il marito Alberto. «Anche se non era il suo mestiere, si era talmente appassionato che il tempo libero lo trascorreva qui con me in bottega». In un angolo del negozio - Licia, una volta presa in mano l'azienda ha ampliato l'attività proponendo insieme la vendita di mobili e oggetti d'antiquariato - è conservata una casa in miniatura, l'esatta riproduzione in legno della tipica abitazione carnica. L'ha realizzata Alberto, mancato due anni fa. L'aveva progettata come rifugio per gli uccellini e per nulla al mondo Licia la venderebbe, nonostante più di qualcuno, in questi anni, si sia fatto avanti per acquistarla. Mentre la descrive ne accarezza le tegole, riprodotte alla perfezione dal marito. Un velo di emozione invade il suo racconto e si intuisce che "Re dai carùi" è stata ed è una questione di famiglia. Seppur le sue due figlie abbiano scelto un percorso prima di studi, poi lavorativo, che le ha portate lontane dal laboratorio di mamma, ancora oggi si interessano della bottega, grazie a Licia che, fuori e dentro la bottega, è sempre una restauratrice. Anche quando ripone scalpelli e sgoibe. E quando parla di quel lavoro "ereditato" dalla sapienza del padre, l'entusiasmo diventa davvero contagioso.Per questo si fatica ad immaginarla in pensione - questi sono i suoi piani -, tra un paio d'anni. Ma il percorso lavorativo, così dice, seppur con una nota di malinconia, è giunto quasi al capolinea.Licia tiene a precisare che il suo mestiere nulla ha a che fare con quello del falegname. «Restaurare non significa esclusivamente aggiustare, ma conoscere prima di tutto la storia del mobile che si ha davanti, chi l'ha costruito, chi l'ha utilizzato, le epoche che ha attraversato, lo stato di usura...». La sfida poi è riportarlo indietro nel tempo. Nel suo laboratorio i pezzi "più giovani"» hanno 100 anni. Spesso "lottando" con numerosi strati di vernici «per riportare alla luce la patina originale», con i segni degli anni, con i tarli. Non appena si entra in bottega (che è annessa al negozio) o nel grande magazzino, si viene sopraffatti dal profumo di legno. Appesi qua e là alle pareti del laboratorio ci sono dei pannelli in cui Licia racconta la storia del proprio mestiere. Spesso, infatti, la sua attività ospita scolaresche o gruppi di appassionati per visite didattiche. E lei spiega che tecniche e materiali tradizionali sono la regola dal "Re dai carùi". Quando Licia restaura un mobile - che sia tratti di un tavolo, un banco da chiesa, una cassapanca, una credenza, una culla, una slitta oppure una porta (la sua passione, ce ne sono di ogni tipo, appoggiate qua e là) -, su quel legno finiscono soltanto ed esclusivamente prodotti "antichi". Terra di Siena, terra ombra, stucco - che compone in proprio utilizzando segatura -, cera d'api, gommalacca e resina organica. Ad accogliere i visitatori c'è anche uno dei banconi da lavoro tra i preferiti di Licia. Ha oltre un secolo di vita. È ancora quello su cui papà "Fino" ha mosso i primi passi. E dopo di lui la figlia. L'aveva comperato dal suo maestro di Fielis. Anche l'attrezzatura è ancora quella del padre. La "regina dei carùi" la conserva con particolare cura e dedizione nel suo regno. Sperando, chissà, che da qui a due anni non accada il miracolo. E che ci sia qualcuno interessato a continuare a scrivere la storia iniziata da "Fino". -- BY NC ND ALCUNI DIRITTI RISERVATI