«La battaglia di D’Aronco ha cambiato la nostra storia»

di LUCIANO SANTIN Venerdì 5, alle 17.30, a Palazzo Belgrado, sarà presentato il libro Un contado chiamato Friuli, silloge degli ultimi scritti di Gianfranco D'Aronco. Dopo i saluti di Lionello D'Agostini, presidente della fondazione Crup e di Pietro Fontanini, presidente della Provincia, a dialogare con il patriarca della friulanità saranno monsignor Duilio Corgnali, già direttore de La Vita Cattolica e della Federazione italiana stampa cattolica, e l'ex sindaco di Udine e presidente della Regione Sergio Cecotti, che qui anticipa alcune delle sue considerazioni. - Una lunga battaglia, quella di D'Aronco. Ha dato risultati? «Concreti e di principio. Ai tempi della Costituente il giovane D'Aronco era segretario del movimento per l'autonomia presieduto da Tessitori. Con loro l'autonomia speciale, anche se non solo friulana, è stata portata a casa e ciò rappresenta la più grande vittoria della nostra storia moderna». - In un Friuli parte del "grande Veneto" a Statuto ordinario la ricostruzione sarebbe andata com'è andata? Udine avrebbe ottenuto la sua Università? «Sono risultati che hanno cambiato in profondità e positivamente la storia del Friuli. Sul piano dei principi, poi, la serietà e la coerenza di D'Aronco hanno dato credibilità ai friulanisti. Quando mi candidai a sindaco nel '98, era capolista. Riedo Puppo scrisse che, se c'era lui, la nostra proposta valeva e tutti dovevano sostenerla». - Lo sviluppo e la modernità hanno giovato o nuociuto a una percezione identitaria oggi "confusa", come dice d'Aronco? «In tutte le democrazie industriali le identità territoriali si sono evolute dalle romantiche rappresentazioni folcloriche dell'Ottocento. Oggi in Scozia nessuno si identifica con kilt e cornamuse, ma il Partito Nazionalista, che prendeva lo zero virgola, ha la maggioranza assoluta. Le identità non sono "confuse", ma, liberate dagli stereotipi, solo meno pittoresche e più politiche. E questo vale anche per il Friuli». - Però i nuovi media stanno facendo impallidire la marilenghe. «Spingono verso una lingua veicolare universale che è l'inglese, non l'italiano, creando grandi nicchie per gli idiomi locali. Sul piano tecnico, rendono la lingua scritta meno centrale nella comunicazione, il che è un vantaggio per il friulano. La normalizzazione linguistica della tv denunciata da Pasolini è un fenomeno anni 60: è stata la mia generazione a subirla, in quelle successive vi è stata un'inversione di tendenza». - D'Aronco fustiga la sottanità, che gli sembra parte del dna friulano... «Opportunismo e ignavia sono iscritti nei cromosomi dell'umanità, non dei friulani, e gli immuni sono pochi. Laicamente, prendiamo atto di questo dato e pieghiamolo a nostro vantaggio. Si può fare». - Per il professore si doveva arrivare a due realtà separate: Trieste e Friuli. E' riproponibile un discorso del genere? «Si riformano la struttura dello Stato e il sistema delle autonomie locali, ma nessuno parla di una riforma della Regione, se non nel senso di cancellarla. E si tratta della cosa più necessaria e urgente: la Regione funziona peggio dei Comuni, e rischia di diventare il fattore di ritardo del Friuli Venezia Giulia rispetto al resto d'Europa. All'interno della riforma va affrontato il nodo irrisolto del rapporto tra i territori costitutivi, facendo ricorso a una fantasia istituzionale da Regione speciale, non alla copiatura di istituti pensati per risolvere altri problemi, in altre situazioni, per altro "ordinarie"». - Per D'Aronco è stato tradito uno Statuto che impegnava la Regione al massimo decentramento. E oggi spira un vento neocentralistico romano. «Il neocentralismo romano rafforza la regola: "decentro rogne e problemi che non so risolvere, mi tengo poteri e funzioni che creano lustro e consenso". La Regione Friuli Venezia Giulia è ligia alle regole: ha decentrato quando si è trovata in difficoltà o temeva di non farcela, vedi il post terremoto. E' andata bene così, almeno quella volta». - L'abolizione delle Province rappresenta un ulteriore attentato al federalismo, dice D'Aronco. Concorda? «Ricordo il dibattito tra D'Aronco e Pasolini sulle Province di Udine e Pordenone. Pasolini, ma non D'Aronco, era favorevole alla riforma, purché a valle dell'istituzione della Regione Autonoma Friuli. Allo stesso modo io sono favorevole al superamento di un modello ottocentesco di organizzazione territoriale basato sul rapporto gerarchico tra capoluogo e "contado". Si tratta di una relazione sociologica città–campagna da tempo fuori dalla realtà storica, e fattore di ritardo istituzionale. Però, come Pasolini, penso che l'eliminazione delle Province doveva seguire una riforma costituzionale della Regione capace di dare una soluzione moderna al problema del rapporto tra le componenti territoriali». ©RIPRODUZIONE RISERVATA