Michele Piva l'artista stimato da Montale e Bacchelli

di Licio Damiani wUDINE Lutto nel mondo dell'arte friulana: in seguito a una rara malattia sopportata con coraggio, se ne è andato il pittore Michele Piva, 82 anni, nato a Fiume da famiglia udinese. Il padre, nel secondo dopoguerra, era stato per molti anni critico cinematografico del Messaggero Veneto. Il portamento distinto di signore d'altra epoca, la vena cordiale eppur riservata, rendevano Michele un personaggio atipico. Operava in una posizione di aristocratico isolamento. La sua solitaria ricerca nasceva da una profonda riflessione sulle tragedie e sui rivolgimenti della storia con il loro carico di dolore e di speranza. Ripiegano in una rarefatta interiorità le astratte Impressioni alle quali Eugenio Montale dedicò una lirica. Riferendosi alle Ali di ferro ritagliato, piegato, dipinto, un altro grande scrittore, Riccardo Bacchelli, definì Michele Piva pittore di ali infrante. Altri cicli riguardano, fra l'altro, i rarefatti Busti di Vescovi, gli Uccelli incisi su cartone, i Nudi femminili dolci come golfi di luce, le Prigioni su echi di Hartung e dell'americano Kline, le dolorose Donne stuprate, le stenografiche Venezie, gli smilzi Don Chisciotte un po' alla Dalí. Ma il capolavoro di Piva resta il ciclo dei Lager, riproposto l'inverno scorso nell'udinese palazzo Morpurgo. Le grandi lastre metalliche macchiate di ruggine naturale e di sgocciolature sanguinanti di minio, intrecciate di fili spinati, sforacchiate, sbrecciate, addentate dalla fiamma ossidrica, tormentate da squarci, graffi, incisioni, dicono la frattura sociale provocata dall'ideologia del male. Un discorso svolto con grande energia e, nel contempo, con discrezione, quasi con umiltà, nel suo assunto programmaticamente povero. ©RIPRODUZIONE RISERVATA