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PENSIONI L’assegno dei reduci nLeggo sul vostro quotidiano la lettera del consigliere comunale di Gorizia Partito pensionati signor Sala in merito alle pensioni d’oro in Italia. Nel lontano 1984, parlai all’onorevole Martino Scovacricchi (deceduto diversi anni fa) di noi ex combattenti dal 2 gennaio 1941 al 1943 compreso. Ill sottoscritto nato nel 1921, chiamato alle armi il 2 giugno 1941, nell’8º Alpini, battaglione Cividale, prima in Grecia, poi in Russia, fui ferito alla fronte e subii il congelamento dei piedi; da un ospedaletto a un altro mi trovai in Francia ad Istres, dove trovai il 7º reggimento di Belluno. Nel mese di giugno dell’anno 1943 rientrai al comando dell’8º in piazza della Madonna delle Grazie, incontrai un maresciallo, da solo, senza una palanca e senza viveri, che mi disse vai a Drenchia dove si trova un plotone di reduci della Russia. Andai a Drenchia senza viveri, giravamo per le case private a chiedere mezzo panetto; l’8 settembre sempre del ’43 una compagnia di Titini ci disse di scappare a casa. Così dopo anni di lavoro incontrai di nuovo l’onorevole Scovacricchi e nell’ottobre dell’anno 1984 mi fu concessa la pensione per i reduci: circa 40 mila lire. Ora mi passano, tramite l’Inps, 35 euro al mese. Va tenuto contro che non ho mai ricevuto la famosa Deca militare per parecchi mesi. Si dovrebbe far presente a un onorevole che servirebbe una leggina affinché aumentassero detta pensione. Beppino Barbetti Udine MOVIDA Il rispetto delle regole nA leggere le dichiarazioni di alcuni esercenti pordenonesi che si lamentano del coprifuoco imposto prima della mezzanotte tornano in mente i capricci di un ex presidente del consiglio e la stizza con cui reagiva ogniqualvolta lo si richiamava al rispetto delle regole democratiche. Per giustificare la propria incapacità una volta prendeva di mira il Parlamento, un'altra tirava in ballo il Capo dello Stato; se la Consulta gli dava torto gridava al complotto e non si faceva scrupolo, al bisogno, di tacciare di obsolescenza la Costituzione Repubblicana. Il rispetto delle regole, quando queste cozzano contro i propri interessi, viene vissuto come un'insopportabile limitazione della libertà individuale. E i cattivi esempi contribuiscono a consolidare questo convincimento. Se una nota fabbrica torinese non dà seguito alla sentenza di un tribunale che le impone di rimediare a un'ingiusta discriminazione, perché mai io non dovrei parcheggiare l'auto in sosta in uno stallo riservato ai portatori di handicap quando vado di fretta? Il disturbo del riposo altrui è una violazione di quelle elementari norme della civile convivenza che buon senso e ragionevolezza, per primi, dovrebbero indurci a osservare. Ma dove non può il buon senso, ci vogliono i carabinieri. La giurisprudenza ha affermato che anche il gestore del locale è responsabile per il disturbo arrecato dai clienti che si trattengano rumorosamente fuori dal proprio esercizio: o li fa smettere, oppure deve allertare le forze dell'ordine. Chi la mattina deve andare al lavoro ha il sacrosanto diritto di riposare ben prima delle 23,30, così come deve potersi leggere un libro senza subire il martirio di un sottofondo sonoro martellante. La buona educazione potrà anche non essere più una virtù, ma il codice civile va rispettato. Quando è in mano a un imprenditore capace l'attività di un locale non risente certo delle limitazioni legittimamente poste a tutela della quiete altrui. E chi credeva che gestire un bar fosse niente più che uno spassoso passatempo (la frequenza dei cambi di gestione lascerebbe supporre che gli sprovveduti nel settore non mancano) forse farebbe bene a riconsiderare le proprie scelte. Aurelio Barzan Cordenons TRICESIMO Spiacevole malinteso nEgregio Signor Vice Sindaco, ho provveduto a riscontrare quanto pronunciato durante la Seduta Consiliare del 25 Maggio 2012. Con grande stupore ho constatato di essere caduto in un involontario, ma altrettanto inaccettabile, “misunderstanding”. Come ho già avuto modo di affermarle per le vie brevi, il mio intento non è mai stato diffamatorio né, tanto meno, offensivo; pertanto Le confermo nuovamente le mi scuse. Luca Marinato Tricesimo SAN VITO AL TAGLIAMENTO Il centro disturbi alimentari nC’è qualcosa di improprio nelle sollecitazioni a prospettare come indispensabili interventi che in effetti risultano soltanto dispendiosi. Emblematico il Centro disturbi alimentari, che, anziché essere ospitato in un subreparto del nosocomio, necessiterebbe di una apposita struttura, cosicché una specifica e forse interessata ricerca ha portato ad indicare il nobile palazzo Sinigallia come valido allo scopo. Così avrebbe avuto approvazione da parte della regione, anche su sollecitazione di una associazione che fa capo a un medico di Pordenone. Per dare sede all’ospedalino l’acquisto del palazzo e dell’indispensabile restauro e adattamento, avrebbe richiesto una barca di soldi. Però, in corso d’opera, l’impresa dei lavori è fallita; un guaio, ma l’importante è non demordere ricercando un’altra possibile sede. Forse l’ex Convento francescano di Madonna di Rosa. Nel contempo sorgono discussioni sull’opportunità di continuare e persino il presidente della Regione ipotizza di realizzare il Centro, il reparto, presso l’ospedale di Udine. La predetta associazione insiste invece per San Vito, località vocata a ospitare l’indispensabile ospedalino paventando il fatto che l’eventuale spostamento dei pazienti da Pordenone a Udine non sarebbe gradito. Poi, ipotizzando l’accoglimento di circa 500 casi/anno che però, si scopre essere stati una ventina negli anni passati, anzi soltanto 12 nel 2011. Ed ecco emergere i diversi punti di vista fra alcuni alti funzionari della sanità regionale. Uno di loro propone di rivedere e rielaborare il progetto, visto lo scarso utilizzo, contando invece su “una sede residenziale, riabilistica e assistenziale”. Ergo, un cronicario, o più semplicemente, una nuova, elitaria, casa di riposo. Luciano Girardi San Vito al Tagliamento