IL PIGNARUL E LA FESTA CON VIN BRULÈ

di CRISTINA BURCHERI Vin brulè, dai ricettari della famiglia Pasiani "Mettete in un recipiente pulito mezzo litro di vino rosso, aggiun-gete 175 grammi di zucchero, un pezzo di corteccia di limone e un piccolo pezzo di cannella. Collocate il recipiente sul fuoco e agitate il liquido per liquefare lo zucchero. Allorché il vino sarà bollente, passatelo e versatelo nei bicchieri". Nel Friuli di una volta i fuochi epifanici, attraverso fumo e faville, davano un'indicazione sul futuro andamento dell'anno appena iniziato. Un adagio popolare spiegava: Se il fun al va a soreli jevât, cjape il sac e va a marcjât, se il fun al va a soreli a mont cjape il sac e va pal mont. Ovvero: se il fumo va a Oriente prendi il sacco e vai al mercato. Se il fumo va a Occidente prendi il sacco e vai per il mondo. Emigra. Giuliana Valentinis, in un suo saggio pubblicato dalla Libreria editrice goriziana nel volume "I giorni del magico" rivela: "l'indizio ritenuto più importante per i presagi era il responso tratto dalla direzione assunta del fumo del fuoco dell'epifania". Tradizionalmente la preparazione del covone era opera della gioventù che bussava a tutte le case del paese per racimolare materiale da bruciare sul falò. Nel Friuli di una volta raramente si impiegava legna da taglio, più spesso il materiale usato per comporre la pira era composto da canne di granoturco, foglie secche e sterpaglia con in aggiunta alcuni rami di ginepro. La forma più comune era quella della pigna (pignarûl) con un palo centrale il cui apice, alle volte, si addobbava con una croce, un albero natalizio, una frasca, il pupazzo della "vecchia". A Pasiano, riporta Andreina Nicoloso Ciceri ("Tradizioni popolari in Friuli" – Edizioni Società filologica friulana, Chiandetti Editore) la vecia "contiene qualche pannocchia, un pugno di frumento, un po' di fieno ed è perfino innaffiata con del vino". L'accensione del pignarûl era accompagnata da una festa a cui partecipava tutta la comunità mangiando pane e vino accompagnando carni grasse quale segno di abbondanza. Tra i generi di conforto c'era anche il vin brulé di cui una ricetta è riportata da Carlo del Torre nella recente pubblicazione "Antiche ricette del Friuli goriziano", edita dalla Libreria editrice goriziana. L'autore in una nota suggerisce: "una delle tante versioni del vin brulé; chiaramente zucchero e spezie possono essere dosate secondo gusto. Sebbene non previsto dalla ricetta, molti sono soliti, allorché il vino giunge a bollore, incendiarlo, sfruttando il vapore dell'alcool. L'operazione ha un grande effetto estetico, soprattutto se fatta pubblicamente".