Ascolti flop, bufera sul Tg1 Minzolini: «Ma non lascio»

di Maria Rosa Tomasello wROMA Alla vigilia del Cda chiamato oggi a varare misure di risanamento da lacrime e sangue, con il rischio di veder sparire dai palinsesti - per risparmiare sui diritti in chiaro del calcio - trasmissioni cult come Novantesimo minuto, in Rai scoppia il nuovo caso Tg1. Alle 20 di domenica il telegiornale della rete ammiraglia diretto da Augusto Minzolini crolla al 16,1% di share, pari a 4 milioni 178 mila spettatori, e viene superato dal concorrente Tg5, che con il 20,4% conquista 5 milioni 295 mila spettatori, mentre il Tg3 delle 19 registra un boom, con il 17,6%. Ereditato dal predecessore Gianni Riotta un giornale vicino al 30% di share (29,64% nel 2008-2009), dopo una emorragia progressiva degli ascolti (che si attestano ora in media appena sopra il 20%), Minzolini scivola verso il fondo senza fare una piega: Non me ne vado. Ma il tracollo accende nuove polemiche attorno al direttorissimo, con il centrosinistra e il Terzo polo che si dividono tra la richiesta di intervento dei vertici Rai e dimissioni, il centrodestra che parla di accuse strumentali e la redazione (dove si racconta di una corsa a prendere le distanze dal capo) sempre più in allarme. E' il punto più basso nella storia del Tg1, ed è un delitto annunciato dice il comitato di redazione, che chiede ai vertici provvedimenti immediati e parla di un'emergenza dovuta a una linea politica faziosa e schierata, impressa dal direttore Minzolini che ha fatto perdere credibilità. L'Usigrai, il sindacato dei giornalisti Rai, con il segretario Carlo Verna chiede di voltare subito una delle pagine più nere del servizio pubblico. E senza neppure attendere martedì 6 dicembre, il giorno in cui il gip di Roma deciderà sulla richiesta di processo per peculato avanzata dalla procura per Minzolini, a cui i pm contestano di aver speso circa 65 mila euro in 14 mesi con la carta di credito aziendale (somma poi interamente restituita). Se fino a oggi la componente di centrodestra del Cda ha fatto quadrato attorno al direttore, l'eventuale rinvio a giudizio, infatti, cambierebbe lo scenario e l'azienda potrebbe trovarsi di fronte all'ipotesi di sospendere Minzolini o di trasferirlo. Non solo. In quel caso la Rai si dovrà anche costituire parte civile, come atto dovuto. Non si vede come potrebbe non farlo dice il consigliere Rai Nino Rizzo Nervo, che ironizza: Il calo di ascolti non è una notizia. Serve una svolta afferma il Pd con Giorgio Merlo e Vincenzo Vita, mentre l'IdV con Francesco Pardi chiede immediate dimissioni, Flavia Perina (Fli) sollecita un intervento dei vertici Rai per evitare di raggiungere lo 0% di share e uno studio dell'università Cattolica di Milano rivela che, per gli spettatori, il Tg1 ha la stessa credibilità del Tg4 e di Studioaperto. Il grande accusato però non ci sta: Si punta a creare le condizioni per rimuovermi per ragioni squisitamente politiche. Lo facciano pure, io non me ne vado contrattacca Minzolini parlando di fiera dell'ipocrisia e attribuendo il flop ai pessimi ascolti del traino, il Gran premio del Brasile con annesso l'inutile programma di fine gara. A difenderlo si alza un coro di voci. I componenti del Cda Alessio Gorla e Antonio Verro parlano di polemiche strumentali e puntano il dito sui bassissimi ascolti del programma che ha preceduto il Tg1, mentre il Pdl insorge: L'obiettivo è mettere le mani sul principale tg dice Maurizio Lupi, e Daniele Capezzone parla di assalto finale contro Minzolini, colpevole di essere stato una delle poche voci estranee al cartello dell'informazione politically-correct. ©RIPRODUZIONE RISERVATA