Affinati: «Udine salvò mia madre dai nazisti Ho il Friuli nel cuore»

TARCENTO A Udine devo moltissimo, senza esagerazioni: non fosse riuscita mia madre a scappare a Udine dal treno nazista che da Venezia la stava portando in Germania e riparare in Friuli, oggi probabilmente non sarei qui. È un fiume in piena, Eraldo Affinati, ospite questa sera, alle 20.45, a Tarcento (albergo Centrale) di Restare umani/Lo sguardo dei poeti, nel ricordare questo episodio e il legame forte con la nostra terra, quando gli si chiedono le ragioni che lo hanno portato a scrivere. È - continua - proprio questa vicenda di mia madre, che mi ha spinto, a esempio, a scrivere il mio libro piú personale, Campo di sangue, il dario di un viaggio a piedi da Venezia ad Auschwitz. La scrittura di Affinati è, infatti, frutto della fusione di passione per la letteratura, viaggi, esperienze personali nel superamento dei confini dei generi. Una vocazione letteraria - dice lo scrittore romano -, che si intreccia nel mio lavoro con un'altra vocazione, quella pedagogica che ha trovato voce nel romanzo La città dei ragazzi, in cui racconto il viaggio fatto con alcuni ragazzi della comunità La città dei ragazzi nei paesi d'origine da dove erano scappati. Un libro in cui l'intensità dell'esperienza vissuta, esistenziale e stilistica, e in cui con la premura dell'insegnante e la determinazione dello scrittore ho cercato gli strumenti per affrontare, fuori e dentro me stesso, una delle emergenze oggi piú gravi: quella educativa. Ma non se la sente, Affinati, di definirsi uno scrittore impegnato, almeno non nel senso che a questo termine si dava sino a qualche anno fa. Un tempo la parola impegnato aveva un significato politico, partitico, sottolinea. Oggi credo che l'impegno possa essere inteso in senso anche piú ampio, esistenziale e antropologico: il mio sta nello spendere tutto me stesso per un'attività che non è soltanto letteraria, oggi sin troppo autoreferenziale, mentre io vorrei che la letteratura potesse aiutarci a parlare a tutti gli uomini. - Lei stasera è a Tarcento, introdotto da Stas Gawronski, a parlare dei suoi libri per la rassegna di Cappello. Lei è soprattutto un romanziere, che rapporto ha con la poesia? Per prima cosa devo dire che a Cappello mi lega un legame d'amicizia intenso. Ma per rispondere alla domanda direi che la poesia è lo strumento essenziale dell'umanità, perché la lirica esprime i sentimenti piú profondi dell'uomo e ci aiuta oggi piú che mai a restare umani e questo lo vedo quando faccio leggere Dante agli afgani o Petrarca ai nigeriani e lí capisco la dimensione universale della lirica. - Peregrin d'amore è il suo ultimo libro, nel quale immaginando di incontrare i grandi della letteratura italiana, si chiede che cosa significa essere italiani. Una risposta l'ha poi trovata? Significa essere consapevoli della tradizione della nostra lingua, che non è solo un mezzo di comunicazione, ma è anche la casa del pensiero. Un libro questo che si completa nelle mie intenzioni con un altro, appena uscito, Italiani anche noi, 25 lezioni di italiano per quanti arrivano a cercare il futuro nel nostro paese. Mario Brandolin ©RIPRODUZIONE RISERVATA