La parlata di Andreis e l'eresia di cantare la bellezza del mondo

Le "cràceles" sono le raganelle che crepitano quando le campane sono legate; le "cròceles" sono le stampelle che sostengono l'andare. Cosí la poesia. Il circolo culturale Menocchio di Montereale Valcellina ha appena pubblicato "Cràceles cròceles", una raccolta di poesie di Federico Tavan già nota cui si aggiunge un ricco apparato critico e un disegno di Vauro. Ecco come Mario Turello, nella postafazione, descrive il poeta di Andreis. di MARIO TURELLO Si apre con 'E vorés, si chiude con Ài gola da dîve questa silloge di Tavan. Debolezza dell'ottativo, forza dell'(es)ortativo: non gli estremi di un percorso, ma le espressioni originarie e compresenti di una poetica assai piú sottilmente dialettica di quanto appaia nella sua irruenza. Da leggersi, per bene intenderla, liberandola dall'autore empirico, e soprattutto dalle sue maschere: è lecito chiedersi se quell'identificazione e quel personaggio non facciano aggio sulla poesia, scrive Zoppelli, e che sia per lui (lo è per me pure) domanda retorica lo certifica aggiungendo: cosí come non convince l'etichetta posticcia di poète maudit. Non poeta eccessivo, Tavan, ma eccentrico; al margine, ma nel limite, e piú divergente che diverso. La normalità rimane per lui oggetto di desiderio, connotata di felicità semplici: Se fos normâl / 'e sunarés / dute' li cjampanes, di immediata naturalità: E po' via / pa' chî prâtz / a deventâ / flours / âs / e / la meil, possibilità d'amore e di poesia d'amore. E parla dell'erba e dei volti e delle notti d'estate a cost da sputanâme: a rischio di (o proprio per?) perdere la reputazione di poeta maledetto, ma perché piú profonda e vera è la perturbazione di una poesia-temporale che prende a pugni il nulla parlando de monades / e de me. Di sciocchezze e di sé, a sé rivendicando di poetare l'impoetico, anzi l'impoetabile, il frusto per usura: l'amore del nonno, i sogni da bambino, i giochi d'antan: basta estraniarsi e straniare e, se il volo è impossibile, salire come Cosimo sugli alberi, o molto piú su con la nave spaziale. Ma non si fraintenda: no soi un nostalgjcu... e nanç un rimbambît, protesta Tavan. C'è del metodo nella sua follia, anzi, c'è del criterio, è essa stessa criterio: la malattia è dolore, è delirio, è paura, sí, ma anche libertà e visione e giudizio. Non migliore del passato il presente, non piú fame, non piú peccato, non piú padroni adés, ma prima cjantâ / Adés duç par cont siô pì poura // Adés la vous ch'a mour. L'encomium moriae di Tavan ha toni di ruvida spienzialità, e due tra le liriche piú intense si rivolgono ai nins e a lis nines (Lètera) e ai nins pì pici (Ài gola da dive). Sembra, ed è, autocompassionevole il memento mori di Lètera, in cui all'immagine riflessa dallo specchio in fattezze di Morte si sostituisce in una sorta di dissolvenza incrociata la figura del pagliaccio, del vagabondo fallito, del mostro, di lui, Federico, insomma, ma quando interpella i giovani vô che cugnîi éisse / contentz e zovins denuncia nella costrizione alla felicità l'esiziale double bind della nostra società: doppio legame schizogeno, causa dell'alienazione diffusa e omologante. Coazione assurda, l'obligu di chista libertât, e assurdamente faticosa, e ce fadìa piêrde, la decisione, in chist mont / ch'al va indenant, di fermarsi, ma in posta è la libertà vera, la poesia: se sen lasciâtz cjapâ dal sempre miei // ma i ucéi in gjabia / almancu / 'i cjanta. La diversità come scelta: il destino ce lo meritiamo, il limite come misura: posso arrivare soltanto fin là (Ricordo un giorno, professoressa). E ai pí pici l'esortazione ad approfittare della giovinezza, unica e breve, per matiâ, un messaggio di libertà: cualche volta / anç a disubidî / a no'l éis un picjât, e la prospettiva del disinganno che rovescia i valori correnti. Matiâ come esercizio della fantasia, pienezza dell'essere, bellezza del mondo, speranza: favola, conta. Ai grandi invece non una conta, ma la storia vera, / da matz de La nâf spaziâl, che riconfigura i rapporti di diversità, o quanto meno ne ristabilisce la relatività, e la reciprocità tra l'alienato e gli alieni umàns. Mi fa pensare, questa poesia (ma mi piace di piú) al racconto di Fredric Brown, Sentinella, e Ài gola da dive al Sabato del villaggio, e Anç jo 'e ven jù a La madre di Ungaretti, sin dall'attacco E cuan che: non cosí naïf, la poesia di Tavan, non cosí letterariamente ingenua: ài i ans / de Pasolini e Leopardi / del passero solitario e de Silvia (No stéi domandâme ce tanç ans che ài). Non crepitano scomposte, le sue cràceles, e sono meno le volte che accompagnano un gosâ o un battere di pugni di quelle in cui si fanno musica povera (per nulla ignara, però, di rime assonanze ritmi figure) per un picjal cjant commosso. Ma picjal per il nostro poeta si colloca in un campo semantico, esteso sino al nua, che descrive il ritrarsi, sin quasi all'annichilimento, del sé e il suo riesplodere in partecipazione panica. E t'ère prope picjal / e t'ère prope nua, celebra Tavan il suo doppio Brombi, anarchicu /desperât serât / tal bosc la cui morte diventa evento solenne, cosmico: luna uccelli foglie grilli in lutto e festa per lui. E non per caso, io credo, il picjal cjant si colloca – penultimo e simmetrico a A cost de sputanâme – in quel terzo quaderno cui fanno da cornice le subdole rassicurazioni della demograzia: a no'l é sucedût nua / canàes: / continuàa a balâa ... a no'l é sucedût nua / canàes: / continuàa a comprâa: non sarà quel nua esorcizzato la stessa poesia, pericolosa, sovversiva? Ha appreso l'arte della bisnonna, Tavan, dell'ava-banda / vecja contrabandiera / inteligjenta, che nascondeva esibendo: no jodéu ch'ai al cos / plen de tabac?, e otteneva col riso di non essere presa sul serio (Mi avo-banda); ugualmente lui, il berretto a sonagli indosso, contrabbanda, tra understatement e meditata stravaganza, la poesia, non insana e non minore, ma autentica e intelligente, de un par cui nasce / al éis comunque biel. ©RIPRODUZIONE RISERVATA