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Magris scopre un poeta misterioso: il cervignanese Giuseppe Solardi e la sua messa di suffragio per Marx

«Solo a un poeta come lo è Giuseppe Solardi poteva venire in mente l’idea di far dire una messa per Marx. Come ha scritto Franco Cordelli, solo la poesia resiste piú della prosa all’integrazione in quel conformismo sentimentale che domina la mentalità corrente e spesso la sua letteratura, specie quella di alto consumo. Il prezzo di questa discreta resistenza è spesso la solitudine o comunque il destino di restare nell’ombra». A evidenziarlo, in una delle sue tante felici meditazioni letterarie, è Claudio Magris, in un articolo sul Corriere della Sera in cui ieri ha di fatto regalato a tutti la scoperta di un poeta friulano quasi sconosciuto, silenzioso, schivo, presso che sotto traccia: Giuseppe Solardi, settant’anni, che ha scelto un’esistenza di grande solitudine, appartato e meditativo, per meglio coltivare la propria vocazione. «Solardi è una di queste voci al margine, anche se la sua poesia ha avuto i caldi elogi di alcuni grandi critici e scrittori, da Ramal a Vigorelli, da Bo a Pampaloni o a Raboni», sottolinea Magris che ne parla come di un artista «aggressivo e recriminante» evocando su Solardi una definizione di Mario Luzi. Solardi, artista scostante che Magris rivolge in un elogio: «Questa ruvidezza anche sgradevole, che può respingere, è un buon segno per la poesia, specialmente oggi, in cui è piú necessario irritare che ungere la pelle».
Del poeta che vive a Cervignano, autore di un solo libro Colloqui con Amleto edito da Spirali, lo scrittore triestino osserva che «pur vivendo appartato in quella provincia in cui peraltro si scorge sempre piú un luogo privilegiato di poesia» è stato tuttavia capace di attirare l’attenzione di poeti e scrittori di fama. Un poeta cosí si sente solo, isolato? «No – è la risposta –. Mi sento escluso dai poteri forti della produzione delle politica culturale, da ciò che fino ad alcuni mesi fa è derivata per circa cinquant’anni l’impossiblità di trovare una soluzione editoriale per il mio lavoro in versi, cosí come avviene ora anche per la mia prosa, comunque per me la poesia resta il linguaggio della verità che non accetta compromessi con le mistificazioni di turno, è la rappresentazione piú intensa della parola quale elemento primordiale della creatività». Circa la genesi della sua poesia, Solardi risponde a Magris osservando che «nasce in particolari momenti emotivi o turbati, in una vita di per sé abbastanza particolare, come del resto è spesso quella dei poeti. In un mondo caratterizzato da contraddizioni violente, la poesia cerca di esorcizzare quella violenza, venendosi spesso a trovare in una grande solitudine. Anche da quest’ultima può nascere il fiore della poesia». Quanto alla friulanità della sua ispirazione Solardi risponde che la sua formazione «è avvenuta al di fuori delle pur commednevoli esperienze letterarie friulane e quindi anche della friulanità. Non c’entro con la moderna poesia dialettale né col panorama letterario generale del Friuli; del resto non ho gli strumenti per delinerane un quadro aggiornato e attendibile. Comunque i momenti migliori della mia maturazione appartengono al mio periodo romano, senza dimenticare che in questi anni la mia città di riferimento è piuttosto Trieste. Quanto, infine, a cosa sia la poesia in Friuli oggi, Solardi è convinto che «dopo l’uscita di scena di Bartolini, di Sgorlon e di qualche altro sia molto problematico riempire il vuoto che ne è seguito. Per tornare al passato io ho seguito percorsi diversi. Tutto ciò non inficia il mio rispetto affettuoso per il popolo, la terra, le tradizioni e la lingua del Friuli». (r.c.)
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