Zobia grassa, le visioni di Cragnolini

di LICIO DAMIANI Il 27 febbraio 1511 Udine e i centri vicini furono messi a ferro e fuoco da una feroce rivolta contadina. Sebbene i tumulti fossero fomentati dai nobili di parte veneziana contro i castellani fedeli all'impero asburgico, assunsero il carattere di /I/BBjacquerie/I/B. Fu il giovedì grasso rosso di sangue passato alla storia con il nome friulano di /I/BBzobia grassa/I/B. Mescolandosi in città ad avventurieri e alla folla di popolo in festa per il carnevale, sotto le insegne del partito filo-veneto degli Zamberlani, torme mascherate e urlanti di villani contadini come crudeli bestie selvagge – scrisse Pio Paschini nella /I/BBStoria del Friuli /I/B– cominciarono ad azzuffarsi con i membri del partito avversario degli Strumieri, assalirono il palazzo dei Torriani e lo diedero alle fiamme. Fu il primo di una serie di storiche dimore e di castelli del circondario messi a sacco, incendiati, mentre dalle finestre piovevano credenze, cassapanche, sedie, argenterie, piatti, indumenti, vivande. Molti nobili vennero scannati o squartati come topi e qualcuno crociato et tormentato pezo che da corsari. I loro corpi – narrò un cronista dell'epoca – furono da tutti veduti giacere ignudi per la via, senza che alcuno osasse aprir bocca... e la notte furono sepolti senza esequie in una fossa comune nella chiesa maggiore. L'odio si riversò anche sulle donne, benché gravide, le quali fuggirono con li putti piccioli, mentre su altre fo usata abominanda villania. Strade e piazze si riempirono di grotteschi, terribili fantocci camuffati con abiti lussuosi, che ostentavano in caroselli sabbatici trofei insanguinati.BRA cinquecento anni esatti, ricorda quel tragico evento una mostra di grafiche e disegni a inchiostro, china pastello, acquerello di Tonino Cragnolini, /I/BBJoibe grasse 1511. Un ribalton in Friûl/I/B, che s'inaugura al castello di Colloredo di Monte Albano, alle 11 nell'ala ovest, proprio il 27 febbraio e sarà visitabile fino al 27 marzo. Al nucleo centrale delle opere, datato alla fine degli anni Ottanta, altre se ne sono aggiunte di recente.BRIn tutta la sua produzione creativa l'artista di Tarcento lavora su una storia intesa come tragica e bruta necessità. La lotta fra le classi si innerva in un unico magma di violenza e di delirio omicida. L'uomo, maschera animalesca, è tuttavia suscitatore di eventi. La sua efferatezza sta alla base d'una grandezza creativa. La dialettica marxiana si ricompone in un quadro unitario di tragicità scespiriana. Già i disegni, i dipinti e i guazzi degli anni Sessanta e dei primi anni Settanta preannunciavano il disfacimento del reale: volti ghignanti e deformati di ominidi, uccelli prigionieri di indistinti viluppi cromatici, un fluttuare come in un acquario di amebe calate nelle magmatiche contraddizioni dell'esistere. Il processo nasceva non tanto da ragioni esistenziali, quanto da una visione polemica e politica. Anche nel ciclo sulla zobia grassa la riflessione sugli orrori 'necessari" della storia procede secondo modi che potremmo definire di sintesi epica alla Brecht. Come i drammi di Brecht propongono apologhi su un palcoscenico nudo, personalizzato soltanto da scarni paradigmi scenografici, così Cragnolini, sugli appena accennati riferimenti simbolici di un'archeologia fantastica di torri, di archi, di acquedotti, di ponti, imposta in spazi vuoti, solcati da voli di gufi, di civette, avvoltoi, pipistrelli, una folla di gnomi e di coboldi, di strane creature fornite di becchi mostruosi, di maschere armate di falci, falcetti, aste, lance, bastoni, picche, in precari equilibri su trampoli, assi, cornicioni, cordami. Personaggi nobiliari pendono da mura merlate, teste e insetti antropomorfi infilzati su picche vengono branditi da guerrieri verdi di atra bile, strani Rigoletti gibbosi saltabeccano impazziti. Un saettare di rette teso e violento, un dinamismo feroce in cui si impigliano figure senza volto di una 'sacra rappresentazione" contemporanea, che ha trasformato in rabbia e in oltraggio la ritualità della preghiera. I personaggi, in sintonia con l'epica brechtiana, non si caratterizzano per psicologia individuale, trasformano in immagine-tipo la situazione storica, la loro rabbia voltata in gelido apologo su un anelito feroce di giustizia diventa grido di crudeltà e di goduto delitto. Le tipologie si iterano senza variazioni che non siano di posture e di atteggiamenti. Rossana Bossaglia, nel saggio in catalogo per le mostre dedicate tra il 1989 e il 1990 a Ferrara e a Milano, citò la grande figurazione tedesco-fiamminga, la spietatezza senza illusioni di Brueghel, lo stralunamento disperato di Bosch, cui aggiungeremmo i moderni Van der Weiden, Grosz, Bacon. Su questa falsariga Cragnolini trasfigura il racconto in una sorta di grottesca festa matta, in una danza macabra i cui attori sono uomini caudati, dunque bestie, in un feroce banchetto rituale che rievoca gli orgiastici convivi di Gargantua e Pantagruel.BRC'è nell'uomo e nell'artista Cragnolini qualcosa dell'/I/BBhumus /I/Bnotturno tarcentino. Tarcento è stata nel Novecento una sorta di 'repubblica autonoma delle arti". Ha nutrito un gruppo di pittori e di scultori come è difficile trovare in altre aree di provincia. Pur nella diversità dei temperamenti e dei linguaggi, contrassegnano questi artisti alcuni caratteri comuni: da un lato una loro 'voglia di mondo", l'apertura che spazia al di là dei confini locali; dall'altro una creatività visionaria ricca di sotterranei fermenti, l'ancoraggio a un filone stregonesco, a un sottofondo allucinato, sabbatico, a una vitalità remota passata sotto il segno di un'assurda fatalità esistenziale. La Tarcento della/I/BB Dodicesima notte/I/B, quando diventa il centro d'evocazione magica di rurali consuetudini precristiane. La Tarcento dei/I/BB Pignarui/I/B epifanici, quando tutto, come in un quadro di Brueghel, è netto e sospeso in un incanto di leggenda e anche le cose più consuete assumono un alone misterioso e sulla trama fitta di boschi e di campagne, sugli scenari di grigi muraglioni turriti, si disegnano i contorni di feudatari, di cavalli bardati e di palafrenieri, di seriche principesse in sgargianti costumi di favola antica, e il rudere del castello di Coja s'illumina dei riverberi rosseggianti dei falò, cui fanno eco decine e decine di fuochi sparsi sulle colline. Tutti elementi le cui tracce trasfigurate, deformate, distorte con enfasi e ironia, si ritrovano nell'opera di Cragnolini. Grafiche e dipinti, per niente belli in senso decorativo, eppure smaglianti, complessi, articolati e afferranti, sottesi da echi, aprono fantasiosamente l'otre dei venti di incubi, angosce e utopie.BR©RIPRODUZIONE RISERVATA