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Verso Auschwitz: la tragica fine del senatore Elio Morpurgo

di VALERIO MARCHI Dopo l’8 settembre 1943 Udine e il Friuli divennero parte integrante del Terzo Reich, e per gli ebrei si aprì il periodo più tragico. In ottobre cominciarono i primi arresti a Trieste, mentre il 23 novembre fu rastrellato ciò che rimaneva della Comunità israelitica goriziana.
Nel settembre del 1938, in occasione dei primi provvedimenti antiebraici fascisti, il quotidiano Il Popolo del Friuli pubblicò numerosi articoli sostenendo che l’antisemitismo era una legittima difesa dagli ebrei, che il numero di ebrei residenti e gli spazi da loro occupati nella vita amministrativa, sociale ed economica erano eccessivi, che sul popolo d’Israele incombeva da sempre una maledizione divina, che gli ebrei non potevano appartenere alla stirpe italiana, e così via.
In seguito alle suddette misure il barone e senatore udinese Elio Morpurgo, ebreo benefattore della città, dovette ritirarsi a vita privata. È vero che i senatori, per rispetto della natura regia della nomina e della durata vitalizia della carica, conservarono il loro status. Ciò nondimeno, essi non si videro più inviare gli atti parlamentari, e i portieri del Senato ebbero l’ordine di dissuaderli dall’entrare a Palazzo Madama. Il 26 marzo 1944, poi, nonostante la fedeltà al regime e l’ottenimento dello status di ebreo «discriminato» (paradossale espressione tecnica per indicare la condizione più favorevole di quegli ebrei che, avvalendosi di determinate “benemerenze”, ottenevano un provvedimento che attutiva, in qualche modo, l’impatto della vera discriminazione razzista), il Morpurgo, all’età di 85 anni, gravemente malato, fu arrestato dai nazisti all’Ospedale civile di Udine. Chi scrive ha potuto raccogliere la testimonianza di un noto professionista udinese, il quale, allorché Morpurgo fu prelevato, era ragazzo e stava attraversando i corridoi del padiglione pensionanti. Il Morpurgo era seduto su una carrozzella che tre uomini strappavano a forza a una suora infermiera: due di quegli uomini, vestiti con lunghi impermeabili scuri, parlavano tedesco, mentre il terzo pareva italiano. Pochi giorni appresso, dopo una breve permanenza a Trieste (Risiera di San Sabba), la vittima, caricata su un convoglio per Auschwitz, morì durante il trasporto. La salma, barbaramente scaricata dal treno, non fu mai ritrovata (ragione per cui il suo tumulo al cimitero udinese di San Vito è vuoto). I figli nati dal matrimonio con Eugenia Basevi, a sua volta amata benefattrice tra ’800 e ’900, ovvero Enrico, Elda ed Elena (la quale, fra l’altro, lasciò un diario riferito ai tragici anni 1944-45, pubblicato nel 2005 dal nipote Giovanni Rubini), si rifugiarono in Svizzera.
Quella dei Morpurgo è una tragedia rappresentativa di numerose altre, delle quali un testo del 2002 di Pietro Ioly Zorattini ha dato conto, non senza opportunamente riprendere studi come quelli di Adonella Cedarmas, Silva Bon, Liliana Picciotto, Flavio Fabbroni, Teresina Degan, Marcello Morpurgo e altri. A San Daniele, per esempio, si consumò l’olocausto degli Szörényi, una famiglia di nove ebrei ungheresi provenienti da Fiume, tutti deportati nel giugno 1944 ad Auschwitz: tornarono, nel 1945, solo due figli: Alessandro (liberato a Mauthausen) e Arianna (liberata a Bergen-Belsen). La vicenda è stata ricostruita nel 1996 da Luigi Raimondo Cominesi assieme a quella, coeva, di un’altra ebrea residente a San Daniele, Liliana Schmidt. Ricordiamo qualche altro nome fra le decine di deportati: Gino, Leone e Roberto Jona da Udine, Elvira Schönfeld e Amalia Piccoli da Cividale, Vittorio Samuele, Emilia Pincherle e Olga Lopez Perera da Gemona, Arrigo Bernau da Villa Santina, Vittoria Melli da Aquileia, Marco Basso e Lina Perla Leonzini da San Giorgio di Nogaro, Armando Bolaffio e Giuseppina Pincherle da Castel Porpetto, Zoltan Trotzer da San Vito al Tagliamento, Stefania Goldschmidt da Codroipo... Una lista è possibile, ovviamente, anche per il Pordenonese, ma citiamo per tutti il nome dell’insegnante Angela Cameo di Pordenone. Per buona sorte, non mancarono casi di pericoli scampati e provvidenziali salvataggi.
Nel 1948, commemorando Elio Morpurgo, il sindaco di Udine Giovanni Cosattini terminò così il suo discorso: «Lo scempio allora compiuto induce a porre in rilievo l’ignominia che determinò quelle persecuzioni razziali, con cui fu recata profonda offesa al nostro sentimento di umanità e contaminata la stessa nostra civiltà. E penso che per la funzione che ricopro, la mia parola possa giustamente avere significato di pubblica riparazione; sia espiazione della colpa comune di averle sopportate, e condanna della cecità di cui troppi sono responsabili di averne favoriti i presupposti». Parole più che mai vive e attuali in questi giorni, e nell’epoca che attraversiamo.
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