La morte di Pasolini: tre ipotesi logiche con pochi o nulli riscontri

di LUCIA VISCA P ier Paolo Pasolini. Una morte violenta. È il titolo del libro (Castelvecchi) che la giornalista Lucia Visca dedica, nel 35º dalla tragedia all'Idroscalo di Ostia, a uno dei misteri italiani più oscuri. Impegnata sul campo come cronista fin dal mattino del 2 novembre 1975, l'autrice ricostruisce a tutto campo fatti e ipotesi. Presentazione del libro – di cui proponiamo qui un estratto – sabato alle 11, nella sala consiliare di San Vito al Tagliamento: ne parlerà Giuseppe Mariuz. Sono passati trentacinque anni e ancora sto aspettando le risposte. Chi come quando dove perché, mi hanno insegnato appena messo piede al giornale. Altri tempi, un po' leggenda un po' retorica. Chi ha ucciso Pierpaolo Pasolini? Non lo sappiamo. Come? Purtroppo lo abbiamo visto e lo rivediamo nell'incubo dei ricordi. Dove? Metro più metro meno questo è certo, all'Idroscalo di Ostia. Perché? Prima o poi ce lo spiegheranno gli storici, poiché la cronaca e la giustizia non ne sono state capaci.
Processo dopo processo, rivelazione dopo rivelazione, siamo sempre lì, a quei primi tremendi sospetti, alla sentenza di Carlo Alfredo Moro: Pino Pelosi, Pino «la rana», diciassettenne reo confesso troppo in fretta per risultare credibile, non era solo la notte senza luna prima dell'alba del 2 novembre1975. Aveva complici. Per alcuni aveva mandanti. Per molti aveva paura per non confessare un delitto impossibile da confessare se ti arrestano con il maglione bianco e solo uno schizzo di sangue su un polsino della camicia. Perché ti sei lasciato dietro un massacro, un mucchietto di ossa, carne e sangue. Puntuali ad ogni anniversario, le rivelazioni girano tutte attorno allo stesso punto. E agli stessi nomi. I fratelli Franco e Giuseppe Borsellino, all'epoca ragazzini malvissuti, poi morti di Aids. E Johnny lo zingaro, o il biondino, al secolo Giuseppe Mastini, criminale a quindici anni, in grado di confessare se volesse, pensano in molti. Più un convitato di pietra, quarantenne del mistero, mente e controllore del delitto. Alcuni lo vogliono in moto, vigile testimone della corsa nella notte di Pasolini e Pelosi lungo la Via Ostiense. (...) C'è chi il convitato di pietra lo colloca in una seconda macchina diretta all'Idroscalo nella notte del massacro. Una macchina carica di una batteria di piccoli assassini, determinati e feroci visto il risultato. Ma tutto ciò non basta. Non aiuta a capire. (...) Dubbi del dopo. Io quella mattina c'ero e non vidi nessuno avanzare la benché minima incertezza. Non Polizia e Carabinieri. Non gli amici del cuore di Pier Paolo Pasolini, Sergio e Franco Citti. Solo dieci giorni dopo Sergio Citti andò a rovistare nel fango e fra le baracche dell'Idroscalo trovando testimoni noti solo a lui, capaci di vedere dettagli in una notte senza luna. Girò immagini mute Sergio Citti. Le ha commentate, nel luglio 2005, tre mesi prima di morire per Guido Calvi, avvocato del Comune di Roma. Oggi sono elemento del processo, atto investigativo della parte civile, semmai le indagini riaperte per l'ennesima volta porteranno a un qualche risultato. Solo dopo un paio di settimane dalla morte di Pasolini, Oriana Fallaci e le meglio firme dell' Europeocercarono di ribaltare la verità ufficiale. Trovarono una fonte, oggi ne conosciamo il nome. Mario Appignani, altro giovanotto dalla vita spesa fra droga e gesti d'esaltazione. È morto anche lui, non potrà più aiutare nessuno a discernere il vero dal falso. Semmai ne fosse stato davvero in grado. Resta dunque il perché. Perché andare ad ammazzare Pier Paolo Pasolini, scomodo poeta, in quei mesi firma del Corriere della Sera, spauracchio di potenti e nemico dei conformisti? Perché ridurlo al silenzio in un prato della periferia più sconosciuta, lontano da tutto? (...) Di concreto, a parte l'atrocità della morte, gli ultimi trentacinque anni hanno portato poco. Prendete i primi mesi del 2010. Un illustre politico in odore di Mafia, tal Marcello Dell'Utri, sodale e ispiratore del premier pro tempore Silvio Berlusconi, asserisce di poter mettere le mani sulle pagine scomparse di Petrolio, romanzo incompiuto di Pasolini. In quei capitoli ci sarebbe la chiave del delitto, la dimostrazione dell'esistenza di un filo rosso che lega insieme le morti di Enrico Mattei, mitico e visionario fondatore dell'Eni, morto nel 1962 vittima di un probabile attentato al suo aereo, e Mauro De Mauro, il giornalista dell' Oradi Palermo che fu rapito e ucciso dalla Mafia nel 1970, con quella del poeta. Tutto si rimette in moto, un gran frastuono da governo e opposizione convince la Procura di Roma a riaprire le indagini (...). E poi? E poi nulla, per settimane e mesi. (...)
Negli anni, assodato che Pino Pelosi non era solo la notte fra il primo e il 2 novembre 1975, le ipotesi su moventi e mandanti sono state molteplici, fantasiose, talvolta utili, talvolta futili, spesse volte politiche. Mai con esiti certi. Fino a ridursi a tre: Pasolini fu vittima di un complotto ordito da Eugenio Cefis, servizi segreti italiani e Cia a vantaggio della copertura di segreti indicibili sull'Eni; la morte di Pasolini fu decisa da elementi di spicco della neonata Banda della Magliana, in complicità con ambienti neofascisti dediti all'autofinanziamento attraverso il traffico di droga; l'intenzione di vecchi arnesi della malavita di Casalbruciato di punire un corruttore di ragazzini andò oltre se stessa, complici il buio e la reazione rabbiosa del poeta deciso a difendersi anziché a farsele dare di santa ragione. Tre ipotesi credibili, tre strade lastricate di indizi incastrati ai fatti e dimostrabili. Tre soluzioni logiche, sostenute, questa è la verità scomoda, da pochi o nulli riscontri investigativi.
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