Antivari, arcivescovo mancato che piaceva agli anticlericali

di VALERIO MARCHI Nato a Morsano di Strada il 19 settembre 1830 da Giovanni Battista Antivari e Lucia Billia, Pietro Antonio Antivari apparteneva a una rinomata famiglia collegata con gli Antivari di Udine, imparentati con i Kechler. È da queste due famiglie che prende il nome il palazzo Antivari-Kechler (nell'odierna piazza XX Settembre), la cui costruzione, iniziatasi nel 1833, ebbe fra i protagonisti Pietro Antivari (parente del nostro Pietro Antonio), interessante figura di imprenditore, commerciante e mecenate. Degli Antivari di Morsano di Strada rimangono in paese la casa di famiglia, una tomba monumentale e la chiesetta di Santa Maria Ausiliatrice, fatta erigere proprio da Pietro Antonio Antivari nel 1872.
Capostipite degli Antivari fu il nobile serbo Milos Lazarovich, che abiurò la fede islamica e si fece cristiano. Per sottrarsi ai Turchi i Lazarovich emigrarono dapprima, nel 1420, nel Montenegro, nella città di Antivari (toponimo che pare derivi da Antibarium, 'di fronte a Bari"), e poi, nel 1575, a causa della guerra tra Venezia e i Turchi, in Friuli. Proprio in Friuli, rimasti senza titolo, mutarono il nome in Antivari e si affermarono esercitando svariate attività imprenditoriali e commerciali. A fine Settecento, un Giuseppe Antivari unì la sua fortuna a quella del celebre creatore dell'industria tessile carnica Jacopo Linussio, del quale sposò la figlia Caterina.
Ma torniamo a Pietro Antonio Antivari, il quale, dopo avere frequentato le scuole elementari di San Domenico a Udine, entrò nel 1842 al Ginnasio del Seminario, dove nel 1849 cominciò gli studi teologici, proseguiti con risultati eccellenti. Ordinato sacerdote nel 1853, celebrò la sua prima messa nella chiesetta del Collegio delle Dimesse. Dotato di elevate capacità pedagogiche, negli anni Cinquanta fu nominato in successione prefetto disciplinare, prefetto generale e vice rettore del Seminario. Quindi sostituì il rettore monsignor Mazzarolli dal 1863 e divenne rettore nel 1866, conservando la carica per oltre trent'anni, sino alla morte.
Se il rispetto e l'amore degli allievi e di chi ne condivise l'opera si avvicinarono spesso alla venerazione, la simpatia e l'ammirazione generali lo circondarono non solo per il quotidiano esercizio delle doti di mente e di cuore, ma anche per l'intraprendenza e per la forza d'animo nei frangenti più drammatici (tutti ricordavano, per esempio, come si prodigò per i colpiti dal colera del 1855 nel suo paese natio).
Figura rispettosa dell'ortodossia, ma al tempo stesso tollerante e favorevole ai nuovi fermenti spirituali e intellettuali, l'Antivari incoraggiò una nuova coscienza sociale e culturale tra il clero e il laicato di base, in sintonia con quanti, all'epoca, operavano tentativi di progressiva e coraggiosa apertura (basti ricordare sacerdoti quali Giovanni Dal Negro, Giuseppe Ellero o Pio Paschini). Furono sparsi così preziosi semi che sarebbero stati ripresi decenni più tardi. Nel 1901, poco tempo dopo la morte, venne scoperto un busto in onore di Antivari al Seminario, ma l'iniziativa fu sin dall'inizio al centro di polemiche che vanno analizzate con attenzione, perché hanno un valore emblematico dello scontro tra i tentativi di rinnovamento da una parte, e la vigilanza, il freno o la repressione di ogni tendenza cosiddetta 'modernista" dall'altra, nei delicati e complessi sviluppi che segnarono il mondo cattolico di inizio secolo. Consacrato vescovo nella chiesa metropolitana udinese nel novembre 1894, l'Antivari divenne anche titolare della carica onorifica di vescovo di Eudossiade. Canonico onorario del Capitolo metropolitano, ausiliare dell'arcivescovo Giovanni Maria Berengo (colpito da infermità fra il 1893 e il 1896, anno in cui morì), fu poi vicario generale del successore, il padovano Pietro Zamburlini (tipico esponente della linea integralista veneta, non a caso legato al patriarca di Venezia Giuseppe Sarto, che sarà papa Pio X dal 1903 al 1914). E proprio la successione al Berengo fu motivo di discussioni, sorte soprattutto (ma non solo) sul versante laico-anticlericale, che dell'Antivari apprezzava in blocco la predisposizione a non rinunciare mai al dialogo, alla mitezza, alla carità. Sia una parte del clero sia larghi strati della popolazione, dai ceti più alti ai più umili, desiderarono ardentemente di averlo come arcivescovo, e fu indetta addirittura una sottoscrizione pubblica, inviata a Papa Leone XIII, per caldeggiarne l'investitura. L'esito, negativo, generò un largo disappunto, e la mancata nomina dell'Antivari si presenta non solo come uno snodo di rilevo e una cartina di tornasole della politica ecclesiastica dell'epoca, ma anche come un'occasione per riflettere su atteggiamenti, aspirazioni e strategie di quanti si opponevano, in vario modo, a un clericalismo ritenuto anacronistico e contrario agli interessi della società intera.
Deceduto il 23 settembre 1899, l'Antivari fu inumato a Udine. Il profondo cordoglio generale diede vita a esequie imponenti, caratterizzate da una partecipazione anche emotiva trasversale e fuori dall'ordinario. I giornali, non esclusi organi di stampa lontani dal Friuli (fra i quali alcuni di grande rilievo, come L'Osservatore Romano), lo ricordarono diffusamente, né mancarono di rimpiangerlo persino le testate più fortemente anticlericali. Basti citare, a mo' di esempio, quanto scritto dal quotidiano radicale Il Friuli: promotore, per numerosi anni, di incessanti e aspre battaglie contro il clericalismo locale e, soprattutto, contro i suoi più alti esponenti, quel giornale dipinse infatti l'Antivari come «l'uomo di cuore magnanimo, l'uomo probo, sincero e sereno, votato alla fede e schivo di qualsiasi atto che avesse attinenza cogli intrighi dei politicanti temporalisti», aggiungendo: «La morte di monsignor Antivari segna un lutto cittadino, e noi, dinanzi alla bara che chiude gli ultimi resti di un galantuomo, dimentichiamo ben volentieri per un momento di militare in un campo opposto a quello del quale egli era onesto campione, e deponiamo sulla tomba schiusa di fresco il fiore del dolore e delle memorie».
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