L'eroe friulano di Lissa

di PAOLO MEDEOSSI

Strano che uno nato a Codroipo, in mezzo alla dolcissima campagna friulana, sia diventato un lupo di mare, un autentico eroe. Eppure andò proprio così nel caso di Giuseppe Duodo (al quale Udine ha intitolato fin dal 1877 una delle sue strade principali). Ufficiale di carriera, il giovane codroipese militò dapprima nella marina della Repubblica di Venezia, poi in quella asburgica dopo il trattato di Campoformido, infine in quella del Regno Italico durante il dominio napoleonico. Comandante della fregata 'Bellona", venne inviato in appoggio a una piccola flotta francese nell'Alto Adriatico per contrastare quella degli inglesi che aveva già occupato alcuni territori dalmati. Durante un combattimento con due fregate nemiche, davanti all'isola di Lissa, Duodo venne gravemente ferito dai colpi di mitraglia al punto da avere le gambe spezzate, ma continuò a incitare i suoi facendosi appoggiare all'albero di poppa e stringendo in ambo le mani una pistola. Trasportato a Lissa, morì un paio di giorni dopo e il comandante inglese, resi all'avversario gli onori delle armi, inviò alla sua famiglia il cappello e la spada. Era il 1811 e non bisogna confondere questo scontro con la più famosa battaglia di Lissa, di cui tutti abbiamo studiato a scuola e che risale al 1866, al tempo della terza guerra d'indipendenza.
Cimeli e testimonianze riguardanti l'eroico comandante Duodo sono conservati in quello che potrebbe essere, ma non è più, il Museo del Risorgimento, chiuso in castello a Udine da tempo immemorabile e il cui materiale è visitabile solo da parte di studiosi che ne facciamo richiesta. A questa istituzione, che venne inaugurata nel 1906 quando i Musei civici furono aperti dopo i lavori di restauro e il precedente passaggio di proprietà dallo Stato al Comune, vien da ripensare adesso in seguito a un paio di articoli pubblicati negli ultimi giorni. In uno, apparso nella sezione culturale, l'assessore Luigi Reitani critica duramente l'evento-mania che negli anni Duemila sembra aver colpito il Friuli con iniziative costose (praticamente pagate solo dall'ente pubblico) che danno forte visibilità a chi le promuove, ma che poi in termini di crescita non lasciano gran che. Reitani invece propone di puntare su progetti radicati nel territorio e continui nel tempo. L'altra notizia, apparsa ieri, annuncia l'impegno che l'amministrazione Honsell vuole esprimere per recuperare grandi edifici dismessi (come l'ex Frigorifero) rilanciando progetti a scopo espositivo. In entrambi i casi par di capire che, pur in un periodo di minori risorse, la giunta udinese, lasciando da parte l'effimero, vada al sodo e a ciò che poi produce maggiore attrazione a livello turistico. Il grande asso nella manica per Udine, come si sa, sarà presto la riapertura della Casa Cavazzini che, gestita a dovere, potrebbe cambiare davvero il destino culturale di questa città.
Facendo tutti questi bei discorsi, spe
zziamo appunto una lancia pure a favore del Museo del Risorgimento 'che non c'è", il quale non va visto come qualcosa di stantio, di polveroso, di inutilmente vecchio, ma di potenzialmente dinamico, sulla scia di quello che, a esempio, sanno fare benissimo in Germania o in Austria. In attesa che le cose accadano, vediamo intanto di ricapitolare che cosa il Museo sarebbe in grado di mostrare, sperando che la lunga chiusura non abbia rovinato i reperti. Per esempio, per il periodo che va dal 1789 al 1848, ci sono documenti della Rivoluzione francese, ordinanze del generale Bonaparte, stampe relative ai preliminari del trattato di Campoformido, svoltisi nei palazzi udinesi, pure la coccarda che ornava il cavallo di Napoleone al suo ingresso trionfale in città, e ancora bombe usate dai francesi contro il forte di Malborghetto, stampe e documenti del Regno Italico, il codice napoleonico. Anche sul tramonto bonapartiano il Museo conserva chicche interessanti, fra le quali appunto quelle relative al comandante Duodo. E poi ci sono testimonianze sui primi moti carbonari con la sentenza di condanna di Silvio Pellico e compagni che transitarono per Udine il 28 marzo 1822 sostando all'albergo Al Cavallino (poi diventato albergo Roma) in via Poscolle, prima di raggiungere il carcere dello Spielberg. Ci sono ancora proclami emanati dai fratelli Bandiera e da insorti del '48. C'è pure una rarità, ovvero la fotografia del popolano Gaetano Stagnaro che fu l'unico a Udine a rifiutarsi di arrendersi agli austriaci il 22 aprile del 1848. Un posto di riguardo spetta alla bandiera di Osoppo che sventolò su quel forte durante l'assedio. E ancora, andando avanti nei decenni, ecco uniforme, spada e cimeli del garibaldino G.B. Cella, prode fra i prodi, e altri ricordi dei Mille, fra cui quelli di Ippolito Nievo. Si arriva così fino alla Grande Guerra, per la quale fondamentale è il lascito donato dal sandanielese Augusto Luxardo.
Come si vede, sepolto in castello c'è un giacimento storico. Basta riportarlo alla luce e metterlo a disposizione di tutti, come il Comune ha promesso di fare mesi fa. Si potrebbe cominciare già nel 2011 con un primo assaggio. Non c'è nulla da inventare, solo da salvare.
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