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Mittelfest, Lubiana si prende la scena

Compito arduo, mettere in scena un pilastro della letteratura europea (anzi mondiale) quale Delitto e castigo senza svilirne i contenuti e senza minare quella straordinaria potenza introspettiva che fa dell’opera il capolavoro di Fëdor Michajlovic Dostoevskij.
Trasferire sul palcoscenico le fila di una storia che piú che nell’azione ha la sua leva nei rovelli mentali di un uomo in preda agli assalti – sempre piú feroci – del rimorso è operazione ad alto rischio: eppure lo Slovensko mladisnko gledališce di Lubiana, laboratorio di ricerca e sperimentazione artistica che viene considerato (a buon diritto) uno dei gioielli della Slovenia, ha osato - sotto la direzione del regista Diego de Brea - è il risultato è da plauso. Un’eccelsa prova di sintesi (un’ora e mezzo di spettacolo, in prima italiana nella chiesa di Santa Maria dei Battuti) e di bravura, senza trascurare nessuna delle tematiche fondanti di Delitto e castigo: il delitto, appunto, come spavalda sfida al proprio “io” da parte di un giovane aspirante superuomo – Rodion Romanovic Raskol’nikov – che si considera capace di dominare i sentimenti con la forza della ragione; il rimorso, che a onta dei pronostici si infila nella mente del protagonista e comincia a rosicchiarla dolorosamente, fino a portarla allo stremo; l’ammissione della colpa e, a catena, la pena-espiazione e la rinascita-risurrezione.
Delitto e castigo rivive in teatro, dunque, e in una forma che è capace di emozionare, anzi, di scuotere: la recitazione è, giocoforza, in sloveno, ma la traduzione che corre sulle quinte permette al pubblico di seguire senza fatica l’escalation dei conflitti interiori che attanagliano e lacerano l’animo di Raskol’nikov e che disegnano il percorso di un’avventura umana destinata a vedere il buio piú profondo, ma poi, alla fine, a riemergere dal baratro.
Nichilismo, dannazione e riscatto, tenebra e luce, castigo e redenzione: Rodion Romanovic Raskol’nikov consuma il suo dramma e riconquista la salvezza davanti agli occhi degli spettatori, muovendosi su un palco spoglio, privo di allestimenti (i soli elementi di scena, cui spetta il compito di scandire le fasi della vicenda, sono un vecchio tavolo e alcune sedie, avvolti da un’atmosfera fumosa), e giocando sulla gestualità, su una recitazione nervosa, urlata, sulle espressioni del viso. A impersonare questo immortale antieroe è Matija Vastl, bravissimo, interprete perfetto per il tormentato Rodja: attorno a lui altri validi attori, a comporre il quadro dei personaggi che animano Zlocin in kazen, per dirla alla slovena in omaggio a questa superba produzione dello Slovensko mladisnko gledališce.
Rappresentazione intensa, pungente, grande per l’accuratezza dei dettagli, le sottolineature musicali, la scelta delle simbologie. Ecco cosí che Sonia, anima candida costretta dall’indigenza a una vita “sporca”, compare in scena urlando, trascinata da tre uomini vestiti di nero. In grembo tiene la metà di un’anguria, che finisce in poltiglia, maciullata, sotto una raffica di mani che arraffano e che poi in quella stessa mezzaluna rossa gettano con spregio dei soldi. Il prezzo di una donna di strada. Scorre la vodka, sul palcoscenico, spruzza dalle bocche mentre Rodja si muove impazzito con la camicia imbrattata di sangue, crolla a terra, si dimena sotto il tavolo, entra e esce dalla stazione di polizia. Il pubblico è catturato, riesce a “vivere” la sua febbre mentale. Fino alla decisione ultima: confessare, scontare, risorgere.
Lucia Aviani
©RIPRODUZIONE RISERVATA

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