Lucio Dalla scommette sul nuovo Sidoti

di Nicola Cossar UDINE. « La mia generazione non è brava a dir qualcosa senza un'accusa. La mia generazione non si fida di un'emozione senza finzione. È nebulosa come una gassosa, come un confine senza una fine, è come aspettare le aspettative già disilluse». È una gente in attesa. Aspetta Godot? La fine del mondo? La vittoria dell'Italia ai mondiali? O soltanto un lavoro sicuro in cui affogare la tua libertà di essere? È la Gente inattesadi Piero Sidoti, 12 storie di vita tra Beckett e Fellini, tra Gaber e una forma canzone che si dà del tu con il teatro, ma che teatro canzone non è. Nella loro surreale realtà forse sono soltanto canzoni per pensare e sorridere (ma mica tanto...), per essere, per sperare, per non arrendersi. In qualche modo una lotta intellettuale e sentimentale contro l'ovvio, la superficialità e il globale che ti anestetizza, ti condanna all'ergastolo della precarietà, ti costringe e spostare in avanti la soglia della responsabilità, l'ingresso nella vita vera.
Il nuovo lavoro discografico del cantautore udinese viene 10 anni dopo L'insolito tran tran, disco che aveva mandato forti segnali alla canzona d'autore italiana. Con una scrittura alta e forte, acrobatica e giocosa, respiro poetico e musicalità al solito molto raffinata, Sidoti adesso approda al disco perfetto, in cui ha creduto Lucio Dalla, che ha messo a disposizione il suo studio bolognese per registrare alcuni pezzi e che ha scritto l'introduzione del booklet (la proponiamo qui accanto), affiancato da Massimo Cotto, uno dei maggiori giornalisti musicali italiani; in cui ha creduto la casa discografica di Gian Maria Testa (etichetta Odd Times Record), dando veste di produzione nazionale (Fuorivia) all'album che sarà nei negozi fra pochi giorni.
Intanto Piero lo presenta dal vivo: l'appuntamento è per le 20.45 del primo giugno a San Daniele, nel parco accanto all'auditorium della Fratta. «San Daniele ha una parte importante in questo disco - spiega Piero -. Ho fatto molte cose assieme a LeggerMentee a Paolo Patui. Devo a lui lo start definitivo del disco, l'incontro con Testa e tanti preziosi consigli. È un disco un po' anche suo. E di Antonio Marangolo. Senza di lui non sarei qui a parlare dell'album: ha curato gli arrangiamenti, ha suonato di tutto e in piú ci ha messo la saggezza del grande musicista». Ma dall'ascolto ci pare sia ottima tutta la band. «Sicuramente. Ci sono Claudio Giusto e Roberto Dani alla batteria a percussioni, Salvatore Maiore al contrabbasso, Francesco Bertolini alle chitarre, Alessandra Pascali e Maurizio Tatalo ai cori, Antonella Macchion al violoncello, Vittorio Vella alla fisarmonica e Antonio Della Marina al computer programming». E poi ci sono le incursioni di Giuseppe Battiston, l'amico di sempre. «Giuseppe - sottolinea Sidoti -, nonostante stia girando quattro film contemporaneamente, ha trovato il tempo per regalarmi un suo prezioso e travolgente contributo in due pezzi. E ti anticipo che stiamo lavorando a uno spettacolo che debutterà la prossima stagione al Pasolini di Cermignano».
L'album si presenta in una elegantissima veste cromatica ed è impreziosito dai disegni di un maestro (e amico) come Gianluca Buttolo, un altro grande talento friulano. Il disco, registrato tra Bologna e i Delta Studios friulani, suona bene, l'atmosfera è latina con una spruzzatina di jazz, e i pezzi di Piero sono fra i piú belli che abbia mai scritto. Venere nera, di cui Dalla si è innamorato, si stacca su tutti con la sua storia di sogni infranti dal dramma del marciapiedi. E poi Pecore bianchesul vivere la vita «senza vivere niente veramente». Bobby e il ballerinoè un felliniano ritratto di decadenza (la nostra preferita); divertissement agrodolce è Il giocattolodai ritmi solari e dall'estro perfetto. Mozzafiato e incalzante è L'acqua risale(«Ma se tu non ci sei sento la fame del pescecane, disperazione del naufragare»). Perla fra le perle, e una novità nel percorso compositivo di Sidoti, è sicuramente la dolcissima canzone d'amore Da difendere.
Ricordi del Piero teatrale di Particelleaffiorano splendenti in I giovani, dove si cerca amaramente di esorcizzare la paura della vita e delle sue trappole. L'intensa La conta di Caino, che sottotitola Il condannato a morte, racchiude poetici giochi di parole per ingannare il tempo ultimo e l'ineluttabile che ti aspetta dietro l'angolo. La mia generazione (di cui all'inizio abbiamo tratto i versi) è un affresco straordinario, quasi gaberiano, della precarietà ordinaria che putroppo va oltre una generazione e diviene visione definitivava della vita, tanto che il pezzo conclude: «Da grande voglio fare il nonno, voglio cambiare occupazione e dall'assegno familiare voglio passare alla pensione». Una ballad molto bella musicalmente è l'abito di La rapina: dolcezza e crudeltà di un mondo implacabile. L'orco vuole spogliarsi degli stereotipi e Sidoti, con un'altra prestazione vocale superlativa, ci spiega il perché. Infine, al fianco di Piero irrompe Battiston per Lo scemo del villaggio, un elogio della pazzia per un congedo seriamente leggero. «C'è un elemento surreale che in 12 tappe lega tutto – commenta il cantautore udinese -: i personaggi, le storie, la musica. Per arrivare al reale, per arrivare alla riflessione e alla militanza ideale e morale (non politica, non mi interessa) è necessario passare dalla periferia dell'umanità, da personaggi che, se non archetipi, sono esemplificativi di tante situazioni limite. Sono sconfitti vincenti, e io amo la dignità della sconfitta. È gente inattesa e in attesa (gioco su questo doppio significato anche nel titolo dell'album) per spiegarci che forse il momento migliore della vita è l'attesa stessa». Intanto, la nostra attesa di un grande disco è finita.
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