Udine, 25 aprile 1945 la lunga attesa della liberazione

di MARIO BLASONI

Il 25 aprile 1945 in Friuli fu un giorno di attesa. Mentre a Milano, con gli angloamericani alle porte e Mussolini e gli ultimi fedelissimi in ritirata verso Como, scattava per gli uomini della Resistenza l'ordine di insurrezione generale, Udine era ancora presidiata in forze dai tedeschi, che controllavano anche le principali vie di comunicazione. In Friuli i partigiani si mossero all'alba del 30 aprile puntando verso la città. Dopo un giorno e una notte di scontri alla periferia, Udine era liberata già nella mattina del 1º maggio. Nel pomeriggio vi facevano ingresso gli Alleati, mentre i tedeschi e i cosacchi sulla via della ritirata, spesso inopportunamente attaccati, compivano sanguinose ritorsioni contro i civili nelle località lungo la Pontebbana e in Carnia.
Quelli che precedettero la Liberazione furono giorni difficili per la Resistenza friulana. I contatti fra le formazioni per preparare l'azione conclusiva si erano intensificati fin dall'inizio di aprile. Ma i contrasti tra i partigiani della Garibaldi, comunisti e alleati di Tito, e quelli della Osoppo, di area cattolico-liberale e contrari a collaborare con gli slavi, si erano acuiti dopo l'eccidio di Porzûs (7 febbraio), dove 19 osovani vennero uccisi dai Gap di Giacca. E soltanto in extremis fu possibile formare un Comando unico, che in sostanza fu solo di facciata. Un duro colpo per la Resistenza era stata, inoltre, la feroce rappresaglia del 9 aprile quando i nazisti fucilarono in via Spalato 29 partigiani, tra il quali il valoroso comandante garibaldino Mario Modotti.
I tedeschi avevano concentrato a Udine tutti i comandi: il presidio occupava la zona del piazzale Osoppo, trincerato e munito di cannoncini anticarro e mitragliatrici pesanti (dietro il palazzo della birreria Moretti c'era la residenza del comandante della piazza, colonnello Voigt), mentre in Giardin Grande la sede di palazzo Cantore era protetta dai reticolati assieme a quella della polizia segreta nella vicina via Cairoli. E un carro armato sbarrava l'imbocco di via Manin. Il centro motore dell'attività partigiana – e poi anche sede del Comando unificato – era a San Domenico, nella canonica di don Emilio De Roja, il coraggioso prete che ebbe un ruolo importante in quelle giornate di 65 anni fa. Non lontano, in via Martignacco 26, era invece il comando tattico dei garibaldini, mentre altri centri di smistamento di armi e viveri erano la fabbrica Dormisch, la Casa della madre e del bambino e la clinica della Maternità in via Planis. Un servizio di informazioni era stato attivato dai partigiani nelle officine della Sfe in via Diaz, tramite la rete telefonica della Società elettrica.
Ed ecco la sequenza dei preparativi e dell'insurrezione, nella cronaca degli ultimi sei giorni di guerra desunta da relazioni e ricostruzioni (archivio Anpi) e da memorie di protagonisti e testimoni.
Venerdì 27 aprile. Si decide il Comando unificato: al vertice Emilio Grossi (Vincenzi), vicecomandanti Lino Zocchi (Ninci) della Garibaldi e Candido Grassi (Verdi) della Osoppo. I capi della divisione Garibaldi Udine si insediano in via Villa Glori 43 e mobilitano le varie brigate in punti strategici: Pradamano, Santa Margherita, Codroipo, Pozzuolo. La brigata Udine, guidata da Orlando Tosti (Furioso), è destinata alla città, dove cominciano i colpi di mano per procurare armi e munizioni. Nella Bassa la divisione Gap garibaldina e la seconda divisione Osoppo fanno incursioni lungo la statale 14, da Latisana all'Isonzo, per mantenerla libera.
Sabato 28 aprile. A Udine si susseguono azioni di disturbo alle colonne di tedeschi e cosacchi che si preparano a partire verso nord e attacchi ai reparti che presidiano ancora la città. In via Volturno un gruppo di partigiani al comando di Emilio Biasioli (Kundeli) riesce a disarmare e far prigionieri 14 tedeschi. Ma arrivano alcune centinaia di SS che rastrellano la zona lanciando bombe dentro le finestre delle case e causando la morte di due civili. Sempre il 28 aprile – mentre Mussolini e i gerarchi vengono arrestati a Dongo e fucilati – esce l'ultimo numero del Popolo del Friuli, che porta sotto la testata la scritta: «Con il Duce e per il Duce». In prima pagina un appello – firmato dal questore Nicola Bruni, dal federale Mario Cabai e dal podestà Lodovico di Caporiacco – dal titolo premonitore: «Invito alla calma». È il congedo del regime, oltre che del quotidiano che lo appoggiava. Quattro giorni dopo, il 2 maggio, esce dalla stessa tipografia il primo numero di Libertà, quotidiano del Comitato di liberazione diretto da Felice Feruglio.
Domenica 29 aprile. S'intensifica a Udine l'azione delle pattuglie partigiane e i tedeschi sono costretti ad abbandonare magazzini e depositi. In via Martignacco viene istituito il centro raccolta delle armi. Don Aldo Moretti, uno dei fondatori della Osoppo, si trova nel Pordenonese e celebra la messa per i partigiani alla Casera Chiamp, sui monti di Budoia imbiancati di neve.
Lunedì 30 aprile. Dal Comando unificato viene impartito l'ordine di insurrezione («ma le varie formazioni avevano già preso l'iniziativa», annota Vanni Padoan in Un'epopea partigiana alla frontiera tra due mondi). Alle prime luci dell'alba scatta l'avanzata delle varie brigate lungo le strade intorno alla città. I partigiani occupano posizioni chiave come piazzale 26 Luglio, la stazione ferroviaria, il Frigorifero di via Sabbadini e alcuni depositi di benzina. E presidiano i ponti sul Cormor a Santa Caterina e a Passons per evitare che i tedeschi in ritirata li facciano saltare. Il 30 aprile registra gravi episodi nel comune di Tavagnacco. Alle 11 il battaglione Italia-Renato Del Din della Osoppo si scontra a Colugna con trecento SS. I nazisti, per rappresaglia, uccidono 19 persone della zona di Feletto e Adegliacco. Alle 20 Feletto è liberata e nella stessa sera gli Alleati entrano a Pordenone.
Martedì primo maggio. Nella notte gli ultimi reparti germanici lasciano Udine. La città è salva grazie alla mediazione di don De Roja, rappresentante dell'arcivescovo Nogara oltre che delle formazioni Garibaldi-Osoppo. In un incontro con il colonnello Voigt, il sacerdote ottiene la liberazione di otto ostaggi e la rinuncia a far saltare l'acquedotto in castello e altri impianti minati. Non solo, il Platzkommandantur gli consegna anche le chiavi del carcere di via Spalato! Drammatica, invece, la situazione alla periferia. All'alba, sulla via Bariglaria, tra Beivars e San Gottardo, i partigiani attaccano i tedeschi, alcuni dei quali si barricano nel campanile di San Gottardo dove si erano rifugiati donne e bambini. Aerei inglesi scendono in picchiata a mitragliare. Un inferno che dura l'intera mattinata: per fortuna i civili sono tutti salvi. Alle 6 in piazza Libertà arrivano i fazzoletti verdi e l'osovano Castenetto (Tre) innalza il tricolore in castello; mezz'ora dopo Saccomano e Rosso vi espongono la bandiera rossa della Garibaldi. Nuovo allarme di primo mattino, altre formazioni tedesche sono in marcia verso la città: da Palmanova, da Trieste (in via Pradamano c'è un furioso scontro a fuoco), da Pozzuolo e da Codroipo. Nella mattinata il Cln provinciale nomina sindaco di Udine il socialista Giovanni Cosattini che il giorno dopo, dal balcone del municipio, parlerà agli udinesi davanti a una piazza Libertà gremita all'inverosimile. Nel primo pomeriggio, infine, i carri armati inglesi entrano in città da viale Venezia.
Anche Cividale è liberata il primo maggio, dopo un assalto fallito il 29 aprile e una serie di combattimenti - cui partecipano, con l'Osoppo, anche gli alpini del Reggimento Tagliamento della Rsi - che costringono i tedeschi alla resa. Non mancano momenti di tensione perché nel tardo pomeriggio del primo maggio arrivano pure i partigiani di Tito (le cui pretese, come è noto, non si limitano a Cividale e alle Valli: vorrebbero addirittura portare il confine jugoslavo al Tagliamento!). Ma il giorno dopo c'è l'ingresso delle truppe dell'ottava armata britannica. Sul municipio sventolano quattro bandiere: italiana, jugoslava, inglese e americana.
Mercoledì 2 maggio . La guerra non è finita: tedeschi e cosacchi occupano ancora la Carnia e il Tarvisiano. A Ovaro scoppia la battaglia tra i partigiani e i cosacchi che non vogliono arrendersi. Una sessantina di irriducibili si barrica in una casa di Chialina che i partigiani fanno saltare: una ventina i morti, una trentina i feriti. Altri resistono nella scuola di Ovaro, che viene incendiata. Ma arriva un'altra colonna di cosacchi e la battaglia si riaccende. Vengono uccisi anche 23 civili, tra i quali il parroco don Cortiula. I nazisti in ritirata fanno un'altra strage ad Avasinis: 51 vittime, tra cui 8 bambini. Il paese era stato occupato dai cosacchi, che il 29 aprile se n'erano andati e i partigiani avevano preso possesso della zona. Il 2 maggio duecento soldati delle SS piombano in paese vincendo la resistenza dei partigiani e massacrando gli abitanti. Rappresaglie anche a Venzone, Cavazzo e in altre località. Perdura la tensione a Tolmezzo: i tedeschi se ne vanno soltanto il 6. E il 10 maggio si ritirano anche dal Tarvisiano.
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