Mucchiutti: «Il canto mi ha salvato dai campi di sterminio nazisti»

«La mia voce non è stata più la stessa. E non parlo della sua intensità o del suo timbro, parlo di quello che ha trasmesso poi, che ha modulato dopo che gli occhi avevano visto tutto il dolore e lo strazio e la morte del campo di sterminio». Sono lontani, mentre parla, gli occhi di Eno Mucchiutti, deportato politico triestino, che ha vissuto undici mesi tra Dachau, Mauthausen, Melk ed Ebensee e che ha presentato, ieri pomeriggio, alla Feltrinelli, il suo libro Il cantante del lager.
Eno, uno dei pochi sopravvissuti al campo di sterminio che, come ha subito precisato «era un campo di morte dove la fine era certa, non molto probabile come in un campo di concentramento», ha raccontato la sua storia di deportato in condizioni estreme nella cava di Mauthausen, dove percorreva più e più volte la famigerata Totestiege (scala della morte), e dove scavava, ridotto in schiavitù, in bestia umana, nelle asfissianti gallerie di Melk. «Paradossalmente, poiché la voce e il canto indicano la gioia della vita e della speranza, ma io cantavo con la morte nel cuore – ha raccontato ancora Eno –. I tedeschi amavano tantissimo la musica, specialmente quella lirtica italiana . Così, dopo 15-16 ore di lavoro, mi chiamavano per farmi cantare e allietare le loro serate. Il premio consisteva in una forma di pane che come un dolente Cristo, ridotto all'osso, io dividevo poi nel blocco insieme con i miei compagni. Il canto mi ha così salvato la vita – ha raccontato ancora –, ma l'orrore è stato così forte per la disumanizzazione che avevo subìto che ho avuto la forza d scrivere solo alla soglia dei 90 anni».
E il perché Eno, che nel corso della sua brillante e lunga carriera si è esibito con Maria Callas, Renata Tebaldi, Placido Domingo e Luciano Pavarotti, lo ha spiegato ancora durante la presentazione del libro: «Volevo parlare ai giovani, fra loro ricordare quanto è successo non per spaventarli ma per farli riflettere. Non ho potuto farlo prima perché il dolore era troppo forte e non è mai sbiadito, così come invece è accaduto per moltissimi altri deportati che hanno voluto scrivere le memorie di quanto successo. Con me – ha concluso Mocchiutti – la memoria non è stata pietosa, non ha cioè addolcito i ricordi, anzi mi ha fatto riflettere come molte volte, per sopravvivere al tempo, fossi diventato proprio quello che volevano i tedeschi, una bestia senza limiti, se non quello della sopravvivenza. Questo non significa che non fossi solidale con i miei compagni di sventura, ma che ero un solitario per scelta, perché tutti quelli a cui mi affezionavo o morivano uccisi dalle botte o dagli stenti».
Ma la voce di Eno, nonostante tante sofferenze, ha saputo elevarsi alta e scarcerata dallo strazio della morte del campo di sterminio come se, una volta liberata, avesse trovato la forza di volare più in alto del dolore, per iniziare una carriera di livello internazionale che lo ha portato ad esibirsi cantando – come si è detto – con moltissimi artisti di fama mondiale.
Valentina Coluccia
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