01 febbraio 2010 —
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sezione:
Cultura - Spettacolo
Compie cinquantanni
La dolce vita (presentato a Milano nel febbraio del 1960 dopo unanteprima romana), uno dei film più famosi di Federico Fellini, tanto che il motore di ricerca Google gli ha attribuito erroneamente lOscar. Con questopera, il maestro riminese ottenne comunque la Palma doro a Cannes e ben quattro
nomination. Ma allepoca la creatura felliniana sollevò un tale pandemonio nel mondo politico, religioso e culturale, che fu definito come unautentica «Passione» dal carismatico padre Arpa, filosofo e amico di Federico, che visse in prima persona le vicende di quei giorni.
Fin dalla prima proiezione, il gesuita si trovò a remare controcorrente: prima a presagirne il successo allo scettico produttore, Angelo Rizzoli, poi a difenderlo dalle accuse dimmoralità lanciate dall
Osservatore Romano (organo ufficiale della Santa Sede). Al direttore, conte Giuseppe Della Torre, che aveva bollato senza appello il film, padre Arpa chiese cortesemente se lavesse visto, e lui di rimando: «Non è necessario vedere le porcherie per condannarle!». La pressione sui liberi pensatori divenne fortissima. Padre Nazareno Taddei fu costretto a una dolorosa ritrattazione del suo giudizio positivo, ma le calunnie cominciavano a giovare più delle lodi. Allesecrazione morale decretata dagli ambienti ufficiali, si associò anche parte del pubblico. A tale proposito divenne emblematico lepisodio accaduto a Milano, testimoniato da Tullio Kezich, in occasione della prima a inviti. Al cinema Capitol, a Marcello Mastroianni gridarono: «Comunista!». E a Fellini sputarono addosso. Per il giorno dopo, i nostri si aspettavano ben di peggio, paventando addirittura la diserzione in massa del pubblico, per protesta. Invece, avvicinandosi al cinema, già da via Manzoni videro un grande assembramento, tanto che il maestro si spaventò. Che cosera successo? «I milanesi, per entrare in massa, raccontò Kezich - avevano fracassato le barriere di cristallo. Cera una confusione enorme, cera la polizia. Il fenomeno
La dolce vita era scoppiato e rapidamente dilagò in tutto il pianeta».
Il successo del film fu enorme, sorprendente. Anche se lamico Rossellini rimase scontento e i cineasti in genere erano piuttosto contrari,
La dolce vita ebbe il primato degli incassi in Europa (ma in Olanda venne censurato, con tagli alla sequenza pre-finale dellorgia e a quella della seduta spiritica alla festa dei nobili).
Ora, a cinquantanni di distanza, ci si continua a chiedere che cosa rappresentò questo fenomeno, quale fu la sua portata, perché si dice che lItalia da allora non fu più la stessa di prima. In realtà, la metamorfosi era già avvenuta, era sotto gli occhi di tutti. Non fu Fellini a cambiare la morale, gli usi e costumi della società italiana. Federico non fece altro che fotografare la realtà, fornendo un affresco sconvolgente e beato, alla sua maniera, il che mise in crisi i benpensanti di casa nostra.
«Per la Chiesa e lo Stato democristiano, fu paura e follia ha scritto Angelo Arpa (nel libro
LArpa di Fellini) -. Per gli umili, invece,
La dolce vita rappresentò una sagra dei controsensi che si consumano ai vertici del potere e una stupenda curiosità sul fronte del peccato degli altri. Eppure, nella sua impunita baldoria, il contenuto della pellicola era innocente anche allora. Il peccato, come sempre, era nel cuore delluomo».
Fin dai primi giorni, la lavorazione del film destò moltissima curiosità, a Roma non si parlava daltro nel 1959. Sullonda delle chiacchiere («Prenderanno un divo americano? È vero che ci saranno orge, travestiti, prostitute, fotografi?») e delle fotografie che apparivano su tutti i giornali, ogni sera la folla si assiepava attorno alla fontana di Trevi, immobile nellumidità notturna, a curiosare.
Lincursione felliniana nella Roma
by-night, sotto i lampi dei paparazzi e attraverso gli occhi disincantati del protagonista, Marcello, ci fornisce delle istantanee che raccontano, in modo fantasmagorico e satirico, lingenua voglia di vivere, forse grossolana e un po cafona, degli italiani negli anni Cinquanta.
La dolce vita sinscrive così nel palmarés dei capolavori della settima arte, tanto da creare, dopo
I vitelloni, diversi neologismi: il titolo, nellimmaginario internazionale, diventò la definizione del modo indolente di godersi lesistenza da romani; sta anche a designare il maglione girocollo, prendendo spunto da quello indossato da Ivenda Dobrzensky, il più giovane dei figli nella festa dei nobili. Paparazzo è il neologismo più celebre, che deriva dal nome del personaggio affidato a Walter Santesso, diventato vocabolo spregiativo per designare i fotografi dei giornali scandalistici.
Germana Snaidero