Le confessioni dell'anarchico che attentò al Duce

La mattina dell'11 settembre del 1926 un giovane anarchico toscano attentò alla vita di Benito Mussolini lanciando una bomba sull'auto che trasportava il Duce, ma fallí l'obiettivo. Inseguito, fu arrestato, processato e candannato a trent'anni di reclusione. Fin qui la storia ufficiale. Si deve a una ricercatrice e studiosa udinese se, a distanza di tanto tempo, sono riaffiorate le carte inedite di Gino Lucettiraccolte sotto il titolo di Lettere dal carcere dell'attentatore di Mussolini (1930-1943), il libro appena pubblicato da Galzerano (416 pagine, 25 euro)un piccolo editore campano con la passione per lo scavo tra le pieghe della storia.
A risvegliare la memoria di questo episodio del Ventennio è Marina Marini, psicologa udinese impegnata nel lavoro di trincea in un consultorio e al contempo appassionata ricercatrice. A lei si deve la riscoperta delle lettere dell'anarchico ai familiari, rinvenute ad Amsterdam all'International Instituut voor Sociale Geshiedenis. «In Olanda c'è questo istituto di storia sociale che conserva moltissimo materiale a livello internazionale. Collaboriamo da tempo ed è lí che Marina ha trovato questa testimonianza preziosa», ci racconta Giuseppe Galzerano. Un ambito particolarissimo, quello approfondito dall'editore campano: «Abbiamo svolto ricerche sugli attentati celebri, a cominciare da quello di Gaetano Bresci che nel 1900 uccise re Umberto I». Galzerano ha anche ricostruito gli attentati al duce: quello del bellunese Angelo Sbardellotto e dell'emigrante sardo Michele Schirru nel '32, che si concluse con la fucilazione di entrambi; fino, appunto, al caso di Gino Lucetti, anarchico toscano di Avenza.
Marina Marini ha trascritto 109 lettere «quelle che si sono salvate», ci spiega l'editore. Il libro è prefato dal professor Caludio Ventre docente di Storia contemporanea a Trieste. I testi sono preceduti da una minuziosa ricostruzione delle vicende dell'attentato.
L'11 settembre del '26, alle 10, a Roma, Lucetti lanciò la bomba contro l'auto del Duce che però uscí incolume dall'esplosione. L'attentatore fu inseguito da agenti di polizia in borghese contro i quali lanciò una seconda bomba, che non esplose. Bloccato, fu trovato in possesso di una pistola pronta a far fuoco, con una cartuccia dentro la canna e altre sei nel caricatore. Nei giorni successivi, tra anarchici e oppositori, furono arrestate 500 persone.
Lucetti fu processato dal Tribunale speciale e condannato a trent'anni di reclusione. La pena massima. La scontò nei penitenziari di Portolongone, di Fossombrone e di Santo Stefano. Dalla cella di questi terribili luoghi di pena scrisse ai familiari, alla madre, alla sorella e al fratello coltivando la speranza di tornare a vivere in una società libera. Alla caduta del fascismo, però, anche il governo Badoglio preferí tenerlo in carcere. Fu liberato un altro 11 settembre, quello del '43, dagli Alleati, e trasferito all'isola di Ischia. Ma pochi giorni dopo morí sotto un bombardamento dei tedeschi.
«Quelle di Lucetti sono lettere che non affrontano temi politici, ma solo familiari, perché altrimenti non avrebbero superato la censura delle autorità carcerarie. In effetti in alcune missive si vedono chiare le cancellazioni di frasi sgradite alla dittatura», spiega l'editore. Eppure sono lettere dense di significati, che fotografano un'epoca, una dolorosa stagione per un uomo passato in mezzo alla Storia. ( m.t.m.)