20 gennaio 2010 —
pagina 17
sezione: Cultura - Spettacolo
di MICHELE MELONI TESSITORI Il nucleo storico di Glesie furlane: da sinistra, Biasatti, monsignor Bertossi, don Romano Michelotti e, ultimo a destra, don Antonio Cappellari (accanto a lui cè Christian Romanini)
UDINE. «Il friulano va salvato perché è un valore riconosciuto, una ricchezza che sarebbe sciocco sciupare, un diritto non un delitto. Il compito di tutti è semmai quello di rafforzare le coscienze perché non ci deve essere vergogna a parlarlo neanche fosse una cosa degradante». A mobilitarci devono essere la politica, la cultura, la grande comunicazione e prima di tutto la Chiesa, «perché luso di una lingua locale è un vivido segno di incarnazione della fede che veste e assimila una cultura, una storia». Sono le parole con cui don Romano Michelotti, 63 anni, parroco nel cuore del Friuli storico, a Villanova di San Daniele, schiera nuovamente il movimento ecclesiale
Glesie furlane dalla parte della tutela della
marilenghe contro il rischio anche di un minimo cedimento, fosse pure un timore infondato.
- Il salvataggio della lingua friulana è un dogma irrinunciabile?
«Senzaltro sí perché mi devono dimostrare che non è un valore, un patrimonio sedimentato di cultura e di vita che dunque si può buttare via con leggerezza, per ritrovarci poi a essere niente. Non si può vivere senza radici».
La sua parola di sacerdote implica anche altre ragioni, altre profondità?
«Non posso certo parlare come un esperto di linguistica, il mio è un punto di vista pastorale. Ma posso affermare che il mio impegno strenuo per la salvaguardia della lingua è per me come un principio di incarnazione. La religione, si sa, ricorre ai segni e ai simboli. Bene, credo che luso di una lingua locale ricca come la
marilenghe sia uno dei segni piú vividi dellincarnazione della fede che si veste di una cultura, prende il sapore di questa terra. In fondo è un principio enunciato dal Concilio Vaticano II quando ha invitato alluso delle lingue dei popoli nella liturgia».
È un impegno strettamente collegato con le politiche di tutela delle minoranze?
«Sí. Fino a prova contraria ricordo ancora che difendere una minoranza è un diritto, non un delitto. Se accettiamo che la diversità è una ricchezza e va salvaguardata, tutti dovremmo sentirci impegnati, a partire dalla Chiesa. Purtroppo invece nutro qualche riserva: a volte la nostra gerarchia difende i lontani e un po meno i vicini».
A quale impegno la chiamerebbe?
«In Friuli è mancata una presa di coscienza della propria ricchezza culturale e linguistica. Ma è chiaro che un popolo minoritario può non avere grande consapevolezza se non ci sono gli intellettuali, la scuola, luniversità, la politica che si mobilitano e lo sensibilizzano».
Sul piano ecclesiale cè stata la traduzione della Bibbia...
«Ma ora la storia del
Messâl congelato dalla Cei è penosa, vuol dire che la gerarchia non ha fatto una scelta definitiva, è ancora incerta e accetta, mi pare supinamente, decisioni che sono abbastanza arbitrarie. Mi spiego: da sei anni il messale tradotto in friulano dal testo originale in latino è pronto, ma la Cei lo tiene congelato non per ragioni di carattere teologico tantomeno giuridiche o liturgiche: lunico ostacolo è che prima deve uscire la traduzione in italiano, che tarda. È un fatto grave che non si sia lamentato questo abuso, che non si sia levata una protesta ferma da parte della nostra gerarchia. Non è scritto da alcuna parte che debba uscire prima il messale in una lingua e poi quello tradotto e già pronto in
marilenghe. Su questo registro un attardarsi della Chiesa che difende la vita in ogni sua espressione, ma anche la cultura di un popolo è un patrimonio di valori che ha diritto di perpetuarsi. Però ora cè monsignor Mazzocato che è partito bene, ha fatto un discorso positivo».
Lei però considera il fatto che anche il Friuli sta diventando terra di immigrati che non capiranno tanta caparbietà per salvare una lingua che non capiscono?
«È una storia che ho già sentito tanti anni fa quando si andava rafforzando il processo di unificazione europea. Ma il friulano è una lingua viva, si evolve. Le lingue si modificano, il friulano nei secoli è stato contaminato dallemigrazione di altri popoli, ha risentito dei benefici influssi di celti, slavi, longobardi, latini, è cresciuto ed evolverà ancora. I nuovi arrivati si inseriranno come è sempre avvenuto. Dico messa in friulano alla quale partecipano anche extracomunitari e pregano pure loro. Per secoli si è celebrato in latino senza che la gente capisse gran che, eppure pregava, che è ciò che conta. Dunque la contaminazione cambierà la
marilenghe, ma questo fa parte di una lingua viva».
Qualcuno però contesta i costi delloperazione: in tempi di crisi le priorità possono essere altre?
«In passato forse cerano piú risorse disponibili, eppure quando si trattava di insegnare il friulano qualcuno sollevava altri ostacoli. È vero che i fondi mancano, ma si può per questo disperdere un patrimonio unico e irripetibile? Si può buttare via unidentità in cambio del nulla? È chiaro che una lingua minoritaria è piú debole e ha ancora piú bisogno di essere sostenuta. Certo non si può sprecare quel poco che cè, e mi rendo conto che ora che la Regione ha distribuito un po di soldi, tutti si ergono a paladini del friulano. Ma questo succede in tutte le organizzazioni dove girano risorse: qualcuno ne approfitta. Bisognerà vigilare perché nessuno sciupi i fondi assegnati».
Luniversità ha rivendicato la guida del processo di salvaguardia.
«Il compito è di tutti, è una questione di sinergie. Luniversità, che dovrebbe detenere il primato della cultura, è un ambito senzaltro privilegiato, ma cè davvero bisogno di tutti, dalla scuola alla politica che deve sostenere il percorso accidentato delle leggi di tutela».
Tutti devono remare nella stessa direzione.
«Lo ripeto: lobiettivo primario è tenere desta la coscienza di popolo. Non ci si deve vergognare di parlare friulano, non è una cosa degradante. A volte si associa la
marilenghe al mondo contadino, a qualcosa di vecchio e di stantío, tanto che molti genitori, che pure lo sanno, parlano in italiano con i figli perché non sanno di essere depositari di una ricchezza. Bisogna che si riscopra la fortuna di poter alimentare il nostro vivere sociale con una lingua unica e radicata. Tutti devono concorrere a questo risveglio, anche i mass media».
Ma un risveglio cè già?
«È vero, cè. Ricordo i sorrisetti di superiorità di quanti, negli anni Settanta, guardavano a chi difendeva il friulano come a chi faceva discorsi di retroguardia. Oggi, in piena globalizzazione, qualcuno ha cominciato a capire che se si elimina il locale siamo niente. Oggi si parla di cultura
glocal in cui locale e globale possono coesistere».
È una battaglia persa o si può ancora nutrire un po di fiducia?
«Direi che si può coltivare ancora la speranza che le buone cose non vadano disperse. In questo senso confido che il friulano sopravviva perché credo nel buon senso delle persone e degli operatori culturali. Si è fatto tanto per combattere lestinzione del panda, davvero non riuscirei a capire se si lasciassero morire le lingue dei popoli».
Glesie furlane non fa mistero di voler mobilitare gli intellettuali e la Chiesa. Come negli anni della ricostruzione è una chiamata a raccolta?
«Sí, anche per contrastare una certa pigrizia mentale che registro anche tra i sacerdoti, mentre un tempo erano lintelligentia nei paesi e hanno formato coscienze e classi dirigenti».
Il clero non fa abbastanza?
«Il friulano è impiegato solo nei momenti di festa e di folclore, ma non è di uso quotidiano, normale. Io sento che devo pregare ed entrare in chiesa carico della mia vita di ogni giorno, dunque non posso cambiare codice linguistico: pregare in friulano è parte della mia vita. La gente parla questa lingua ancora viva, ma io vedo che i nostri preti, tendenzialmente, non lo fanno. Serve un cambio di mentalità, una sorta di conversione intellettuale. Bisogna capire che questo è un valore e va difeso con tutti i mezzi».
La
marilenghe è anche una ragione di fede?
«Io non difendo la lingua con la fede, difendo la fede con la lingua: la
marilenghe è un mezzo di comunicazione con la gente e con il Buon Dio. Quindi serve anche nella liturgia e può contribuire a renderla piú solenne».
Glesie furlane cosa può fare?
«Difendiamo la lingua promuovendo incontri, convegni, pubblicazioni. Abbiamo collaborato alla traduzione della Bibbia e al lezionario festivo per il Messale; ci siamo resi disponibili a continuare a tradurre i sacramenti, ma spetta allarcivescovo nominare una commissione e decidere. Lavoriamo anche alla riscoperta dei canti del Patriarcato di Aquileia, che con adeguamenti ritmici possono essere cantati anche oggi e restituiscono alla liturgia qualcosa di unico e di raro. E poi davanti a noi cè sempre limpegno a ripubblicare e a divulgare lopera omnia di uno dei nostri esponenti piú importanti, pre Toni Bellina. Stiamo ripubblicando i suoi scritti che hanno un merito indiscusso: si può condividere, si può dissentire, ma non ci lasciano mai indifferenti.
Pre Beline aveva questa qualità rara di saper fare pensare».