Peter Handke e i perdenti: li racconto perché solo loro sognano un futuro migliore

di DANILO DE MARCO Lo scrittore austriaco Peter Handke fotografato da Danilo De Marco a Parigi In un suo bellissimo poema, il Canto della durata, Peter Handke (scrittore e drammaturgo austriaco nato a Griffen nel 1942) parla della durata come qualcosa di più e di diverso di un ricordo. I semplici fatti della realtà trovano così le parole che la trascendono e la fissano, in cui non solo la narrazione, ma il mondo stesso si fa poesia. È un po' l'atmosfera che si respira in questo lungo racconto e in queste fotografie (una delle quali, quella con il Cid, scattata in Friuli) di Danilo De Marco che propone ai nostri lettori un ritratto unico e inedito di Handke, a Parigi, in una casa vicina a un bosco che assomiglia a un labirinto di Pan. È un lento attraversare immagini ritrovate, questo avvicinamento verso la casa di Peter Handke a Chaville, nei dintorni di Parigi. Mezz'ora di RER, la grande metropolitana che raggiunge anche la profonda banlieueparigina, ed eccomi sbarcato in uno slargo zeppo di auto in sosta e minime presenze umane. Pochi passi: il sottopasso stradale del treno a destra dove ci si infila; appena oltre, subito a sinistra, Le Berry, piccolo bar anni '50, in cui si intuisce la perdita di un juke-box. Sugli scaffali mezzi vuoti poche bottiglie con alcuni bicchieri e accanto, sovrapposto alla fotografia di Rabah, l'anziano proprietario algerino, un ritratto di George Brassens.
Pochi minuti: la casa di Peter Handke. Due piani in pietra calcarea e siliciosa, la superficie dura e rugosa di un viola marrone non troppo intenso, incastonata tra il pendio del bosco di Meudon da una parte, ed un tunnel fittissimo di cipresso tuia di una quarantina di metri dall'altra. Un'immersione in una densa penombra naturale che fa strizzare gli occhi nelle giornate di sole e rallentare il passo, ma anche il ritmo interiore scandito troppe volte dalla velocità di un effimero presente che con ogni probabilità ci sfugge. Da qui si accede direttamente al cancelletto d'entrata. Un avvicinamento propedeutico non casuale questo passaggio che lascia alle spalle un mondo per entrare in un altro. È il mondo di Peter Handke, il grande scrittore della durata. Ma anche scrittore di una letteratura di responsabilità civile, e per questo vilipeso e schernito dalla stampa occidentale «opera - la sua - miope e manichea», atto «provocatorio irresponsabile e terroristico» a proposito del conflitto jugoslavo. Con gli occhi e la sensibilità del poeta che può leggere l'essenza di una tragedia vedendo più lontano e prima degli altri, si è fatto voce fuori dal «coro uniforme di inviati speciali o politici stranieri in visita - dice - prima durante la guerra dei Balcani e ora in Kosovo».
Con le sue forze Peter Handke ha attraversato, camminando, quelle terre. Si è smarrito tra quelle genti; come un vagabondo solitario che si mette in cammino per imparare, per diventare altro. E infine ha messo la sua scrittura al servizio di tutti quelli a cui la parola era stata negata da, come Handke la definisce, «un'Europa senza anima».
«Con il popolo serbo» ribadisce con forza: tanto da donare un premio di 50.000 euro ai bambini della minuscola enclave serba di Velika Hoca, a 80 chilometri a sud di Pristina: «Questa gente è stata la mia ispirazione per l'ultimo libro intitolato I cuculi di Velika Hoca. È una popolazione che ha subìto e sta subendo ogni genere di sopruso e violenza dai nuovi despoti della regione. Se non reagissi a quest' ingiustizia fatta a un popolo e di cui anch'io mi sento responsabile, non potrei considerarmi uno scrittore. Mi sento in dovere di raccontare... i perdenti, perché solo i perdenti sognano un futuro migliore: i vincitori non sognano più». Una pietasquella di Handke, che fin dai suoi primi, provocatori scritti come Insulti al pubblicoo Sono un abitante della torre d'avorio, ha avuto comunque un'attenzione verso le minime esistenze: verso il mondo degli impacciati, dei miti, degli emarginati vessati da qualsivoglia potere. È la passione che conduce il poeta per mano e la scrittura infine «spunta dalle dita dopo aver attraversato nel corpo le stazioni della civiltà».
I possibili errori diventano un fenomeno per capire e motivo per le sue storie: «Io ho cercato - dice Handke - di raccontare senza la pretesa di essere dalla parte della verità; ho cercato di trovare un equilibrio in quegli avvenimenti tutti sbilanciati da una parte, camminandoci dentro. Ma forse non ci sono riuscito».
Si entra nell'ampio giardino: una macchia verde da una parte, uno sterrato coperto di ghiaia dall'altra. Nel bel mezzo spunta la casa. Cespugli e alberi ne delimitano i margini. Pochi passi e qualche scalino. Una piccolissima veranda zeppa di scarpe camminate. Poi un grande spazio luminoso che ne è il cuore.
Le tracce della vita del bosco conquistano subito lo sguardo: noccioline raccolte e messe assieme in un minuto nido; ghiande e castagne ancora vestite da punte aguzze; bacche e numerosissimi peduncoli di eucalipto sistemati sopra dei sottobicchieri della birreria U Zlathéo Tygra di Praga; piccole composizioni nate dall'accostamento di radici accanto a cuscinetti di muschio; piume grige e blu di svariati pennuti dislocate in situazioni a grappoli o solitarie un po' dapertutto. Un tappeto di mele sul pavimento e un'immensità svariata di funghi - quelli detti orecchie di Giuda colpiscono particolarmente per la loro forma e la loro consistenza – sistemati in grandi panieri, riporto delle scorribande quotidiane nel bosco vicino. Quando riesce, prima della rapida metamorfosi nauseabonda, li fa seccare. Ne mangia quasi tutti i giorni, dice, con tono di soddisfazione; «funghi, assieme ad altri semplici cibi come verdure, patate lesse, mele, brodo o riso. Molto peperoncino e bacche. Tutto mescolato assieme».
Non è raro incontrare Peter Handke nel centro di Parigi, quasi sempre dalle parti di Montparnasse, con questo suo raccolto boschivo viscido annicchiato alla rinfusa nelle tasche. Con aria d'orgoglio accompagnata da una sua secca postura da montanaro trappista e un sorriso sornione che gli esce quatto quatto dagli occhi, offre volentieri questi suoi affari umidi che estrae dalle tasche agli amici che incontra, raccomandandosi di metterli subito a seccare all'aria.
Decentrato su un lato, accanto ad una delle numerose finestre vetrate, un grande tavolo di betulla bianca naturale. Delicatissimo allo sguardo sembra una nuvola di cotone. Handke mi invita a sedere al tavolo; ma il pensiero di posare solo l'ombra del gomito mi fa restare con le braccia in aria. Memore di un incontro avvenuto un paio di anni fa, tra me, Erri De Luca e Peter Handke, allo stesso tavolo, dove mangiammo saporitissima rucola selvatica e terrosa, non lavata: raccolta da Peter, naturalmente. Facendo chiacchiere e bevendo vino, io ed Erri lasciammo impietosamente sotto lo sguardo incredulo del padrone di casa umidissimi centri circolari rossastri che, slittando il centro di pochi millimetri dopo ogni sorsata, si moltiplicavano all'impazzata succhiati dalla superficie assetata. Un vero disastro.
Attorno, libri. Non moltissimi e nemmeno rinchiusi nelle celle di una libreria ma assiepati sul piano del pavimento, negli angoli, su piccoli sgabelli, o accostati alle pareti assieme a un numero imprecisato di rocchetti di filo multicolori. Il tutto fa pensare, con tappe obbligate qui e là, a dei sentieri che invitano ad essere percorsi.
Danno l'impressione, questi libri, tra cui spunta anche un piccolo Corano, di non essere stati messi lì da qualcuno, ma piuttosto che abbiano trovato da soli una loro posizione narrativa, e che si domandino continuamente: perché sono qui? E perchè non sono lì? Quando comincia il tempo e dove finisce lo spazio?E, come in un gioco, con-fondersi le storie e le pagine.
Nessun segno di macchina da scrivere né tanto meno di computer. Penne molte, invece, anche stilografiche; svariati scacciapensieri siciliani assieme a qualche occhiale, anche di vecchia fattura; qualche piccolo e curiosissimo oggetto in legno disegnato e colorato di cui bisognerebbe indagare la provenienza. Tutto lasciato qui e là. Ma non senza ragione. Come un quotidiano spagnolo non recente, ma conservato con cura, che racconta la tragedia della popolazione afgana. Oppure, a terra, proprio sul margine del piano rialzato che divide in due lo spazio, il libro III delle Georgiche di Virgilio, aperto - Carpit enim vires paulatim, uritque videndo. Femina, nec nemorum patitur meminisse nec herbae- stampato in caratteri gotici e con minuziosi appunti scritti a pennino dallo stesso Handke. Accanto un grande quaderno manoscritto. Peter Handke, questo sperimentatore linguistico che cerca di rifondare il mondo con i mezzi del linguaggio, scrive tutti i suoi testi rigorosamente a penna. Solo così probabilmente quel «rallentare tutto me stesso quando leggo» gli permette anche nella scrittura di seguire il filo del pensiero, scrivendo e scrivendo di getto-lentamente, fino a esaurirsi dalla stanchezza.
È una casa questa fatta di luce, sia per la presenza di numerose porte finestre che raccolgono la luce naturale, ma anche per la discrezione della luce artificiale al calar della sera, quando, più di un abat-joursparsi per la grande stanza e alcune candele sempre a portata di mano, ricreano una luce densa, materica, che sale dal basso. Sotto l'attento sguardo di un grande angelo dipinto, appeso alla parete.
Un giorno mi è accaduto di attenderlo al cancelletto di casa e lui, tornando dal bosco (un pastrano grigio antracite che lo avvolgeva  fino alle caviglie e oltre; foglie minuscole scese sulla lana della cuffia in cui aveva completamente infilato la testa e la fronte e da cui uscivano, lunghe e rade ciocche di capelli, segni di matita grassa sulle gote umide di bosco) mi salutò con uno sguardo muto. Sembrava uscito dal labirinto di Pan in cui si era perso e alfine ritrovato. Uguale uguale a un fungo che sta crescendo in fretta e spinge dal basso verso la luce. Verso il cielo oltre i rami fitti.
Quando ci diamo appuntamento a Parigi, arrivo sempre prima di lui, cercando la migliore delle postazioni per guardarlo avvicinarsi. Da più lontano possibile. Mi piace osservare quella figura lunga e snella che assomiglia a un salice in movimento con un andare rallentato, silenzioso. Lasciandosi tempo. Una predisposizione questa, secondo Borges «di chi viene da così lontano che non spera di giungere».
Al tavolo del bistrot, quasi sempre lo stesso bistrot, il ritmo imposto è in-quieto. Scandito da Handke con lunghi silenzi tra una parola e l'altra, tra una domanda rivoltami ma che è anche domanda a se stesso, e una risposta che rimane il più delle volte inghiottita. Come se le cose, ugualmente, nonostante le nostre speranze, dovessere andare per la loro strada. Funzionare per conto loro.
Alle volte intuisco in lui la stanchezza di ore di scrittura; altre volte l'estraneità procurata dal brivido gioioso della camminata nel bosco. Stanchezza ed estraneità che scivolano facilmente verso i margini della melanconia; una potente, autoironica irosa saturnina melanconia, che investe tutto l'attorno come una «forza da sfruttare nel rapporto con gli altri» e che catalizza la riflessione sul presente nella complessità dell'esperienza e dell'esistenza dell'io. E dalla sconcertante inadeguatezza a viverlo, quel presente. Qualcuno giustamente ha scritto che Handke riesce a trovare nelle storie delle persone, delle cose e dei luoghi «il canto che dorme nei nomi comuni di cosa...».
In Austria torna per ascoltare vecchie storie e a trovare il fratello Hans. Fino a qualche anno fa anche per far visita al partigiano Lipej Kolenik (Stanko), austriaco di origini slovene, che conosceva fin dall'infanzia. Ora, per di più, perchè sta lavorando alla sua prima piece de théâtrestorica: sulla resistenza antinazista austriaca durante gli anni Trenta, il cui titolo dice sarà « Still storm», prima della tempesta, frase tratta dal Macbeth di Shakespeare.
Forse per questo, in una delle sue discese verso il Carso e Doberdò del Lago, che è uno dei suoi luoghi della
durata, mi ha chiesto di andare a trovare un altro partigiano di cui gli avevo parlato più volte, questa volta friulano: Sergio Coccetta (Cid).
«Per la mia opera ho bisogno delle persone, perché l'uomo deve sentire gli altri intorno a se', toccarli con le mani...». E quando arrivò il momento del congedo, Peter e Sergio si toccarono con le mani: tutti e due ne offrirono il palmo rivolto verso l'alto per accogliere e sostenere. Cedette, in segno di omaggio, Peter Handke.